Il Primo Maggio e i rider inaugurano la nuova rubrica di Metropolitan: Essere Umani. Per quanto sia possibile oggi pensarci tra la gente, è bello ritornare alle origini di quel che siamo. Noi siamo persone, umani, e diritti, e doveri, e anche lavoro. Che oggi, anche più di ieri, è calpestato, e a pagarne le conseguenze chi non è tutelato (quasi) mai: il futuro.
I rider e il Primo Maggio: il lavoro calpestato
È Primo Maggio, non andare a lavorare anche questa sera, è freddo, piove, e quelle pizze possono aspettare, oggi. Anche quei panini ordinati al Burger King, stasera, possono rimanere lì su quel bancone. Stasera le buche di Roma non sono così sicure, si riempiono di acqua sporca e scura, gli pneumatici schizzano sulla strada e il diluvio universale scende a fiotti, forte, e le gocce picchiano sulle finestre. E picchiano sui tettucci delle macchine in corsa sulla Tangenziale. Ma loro sono riparati, tu no.
Non sei riparato da nulla, e quell’impermeabile che hai comprato al Decathlon non può bastare. Diluvia stasera, ma a proteggervi nulla. Nemmeno quel bonus pioggia da 5€ che vi daranno a fine giornata. Voi rider, nel diluvio universale, siete solo colori. Tu sei di un rosso acceso, c’è il tuo compagno invece che è giallo ocra, c’è quella ragazza che pedala con lo zaino azzurro. Stasera lei fatica, ha un po’ paura, sa che non doveva mettersi in viaggio per quei 5€.
Correre sulle buche di Roma oggi non farà bene a nessuno. Qui dalla mia finestra continua a battere forte, la pioggia, e penso a quei caschi sotto le mura di San Giovanni, che protetti non sono. Da un contratto che non esiste, da uno Stato che è lontano, chiude gli occhi e non vede. Questa sera il turno comincia alle 19:30, e la pioggia non aspetta nessuno, tantomeno le vostre bici. Dicevano, tempo fa, che il lavoro è un diritto, e che i diritti sono sacri e nessuno te li può portar via. Ma oggi i diritti sono come le opinioni, supposti da chi non sa niente. Da chi si istruisce su Facebook, da chi sputa sentenze, da chi sbrana e non restituisce, da chi divide. E stanotte i diritti scivolano via come la pioggia che cade su di voi. Si sale in bici, e un cellulare decide dove lavorerete stanotte. Tu una sede non ce l’hai. Si corre al massimo, a rischio vostro, degli altri, perché più sei produttivo, più consegni e più guadagnerai. E’ l’algoritmo delle app, che valutano quanto siete bravi, che vi fanno macinare kilometri, sotto quella pioggia, da un punto all’altro della città. E Roma è così grande..
Osservo diritti che fanno a pugni con l’umanità. A tuo papà se si fa male glieli danno i giorni di malattia. A te che danno? Le buche stanotte sono pozze di acqua sporca, e stasera sono più pericolose del solito.
Tu l’assicurazione non ce l’hai. I danni non te li copre nessuno. Ma chi lavorerebbe senza diritti? Chi lavorerebbe per consegnare pizze per 5€ all’ora sotto la pioggia, per Roma, la bici si rompe, e il tuo datore di lavoro non ti copre i danni. Se cadi, finisci in ospedale, e nessuno ti paga la convalescenza. Ci illudono di essere lavoratori indipendenti, “Siamo gli imprenditori di noi stessi”, ti hanno detto quando hai firmato quel foglio, quel contratto che vi lega. Bella la retorica della flessibilità, della modernità. Ma diritti, tutele, come potete spazzarle via? Ma si sa, siamo schiavi dei grandi, delle multinazionali, di chi se ne fotte se queste pozzanghere stasera son sporche degli errori dei nostri padri, o dei padri dei nostri padri.
Io ho perso il conto.
La nostra generazione paga, paga con le buche di questa città, le ginocchia sbucciate, le ruote bucate, le gambe sporche di fango, i sogni mutilati, le speranze che provano a pedalare ma i diritti son calpestati. E i diritti calpestati valgono solo cinque euro, stanotte.
E questo Primo Maggio brucia, un po’ come un’ipocrisia. Come il lavoro che è stato abusato, depredato, violentato da chi ci vuole schiavi, e muti, e arresi. Ed è per questo che anche questa sera, ti chiedo, rimani a casa, non andare a lavorare, fa freddo, e piove.
Leggi tutta l’Attualità





