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“Promising young woman”: da Nina Fischer a Laura Palmer

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Se c’è un film che nel 2021, più di altri, porta a galla i temi caldi di questi travagliati anni ’20 del XXI secolo è “Promising young woman”. Prima dell’uscita nelle sale, per il film manifesto del movimento #Metoo, è stato il doppiaggio italiano a creare un vero e proprio caso mediatico. Ora che il film è in programmazione, invece, può entrare in gioco anche il tema centrale del film: la patologica dicotomia del vedere le donne come ragazze acqua e sapone o additarle come prostitute (o semplici corpi). E, nel secondo caso, abusarne a proprio piacimento.

Era il 1990 quando tutti si chiedevano chi avesse ucciso la giovane e bella Laura Palmer. Una ragazza splendida e di belle speranze che, come Nina Fischer, subisce tutto il dramma di finire come l’ennesima promessa mancata. Per causa altrui. Se nel mito Psiche era tanto bella da non poter essere desiderata, nel capovolgimento del mito le “promising young women” finiscono nell’essere desiderate troppo. Il capovolgimento del mito altro non è che il dramma, cioè la vita che continua per chi resta. Così Cassandra (altro nome che richiama la mitologia) Thomas, amica di Nina, finisce per diventare l’emblema della drammatica “sindrome del sopravvissuto”.

La questione doppiaggio

La programmazione del film in Italia è partita con circa un mese di ritardo. La questione è legata ad un problema di doppiaggio. Una delle protagoniste di “Promising young woman” è Laverne Cox, attrice transessuale americana. La voce della Cox era quindi stata inizialmente stata affidata a Roberto Pedicini, doppiatore abituale di Javier Bardem, Jim Carrey, Ralph Fiennes, e Kevin Spacey. Il fatto è così controverso da esser stato persino ripreso dal Guardian. È sulle pagine del giornale britannico che l’attrice e doppiatrice trans Vittoria Schisano ha commentato l’accaduto: «Quella scelta di doppiaggio è un atto di violenza, un insulto. Al posto di Laverne Cox mi sentirei bullizzata». Oggi è proprio la Schisano a doppiare l’attrice americana, così come nella docuserie Netflix “Amend: alla conquista della libertà”.

“A lot starker, a lot bleaker”

La regista voleva un film «un sacco più crudo e lugubre» di quello che è venuto fuori. Se, forse, è da sgrezzare un po’ lo stile dell’attrice londinese alla sua prima prova da regista ne va invece apprezzato l’obiettivo. La storia di una ragazza sbronza, stuprata a una festa da un coetaneo col branco che applaude è cronaca consueta. Il passaggio successivo è altrettanto ben noto. Il victim blaiming del “se l’è andata a cercare” ci ritrascina in quella patologica dicotomia del “ragazza acqua e sapone/prostituta”. Questa impasse va superata con ogni mezzo, anche con un film un po’ rozzo ma forte di due donne e attrici militanti come Carey Muligan (Cassandra) e Margot Robbie. Del resto le pagelle di Rotten tomatoes parlano chiaro: i consensi per il film raggiungono il 90 %.

Uno stupratore in ogni bravo ragazzo?

Se, per un verso, è certo che ogni mezzo per superare il victim blaiming sia valido è vero anche altro. È vero, per esempio, che il film manifesto del #Metoo ha destato turbamento in alcuni uomini, anche giovani, che si sono sentiti insultati. È bene dunque sgombrare il campo da ogni dubbio: non ogni uomo è uno stupratore. Ma questo è palmare. Così come ogni ragazza sbronza non è consenziente. Così come ogni vittima non è da additare. Vero è altrettanto che il film, seppur con 5 nomination, è stilisticamente fragile, manicheo e che, per questo, presta facilmente il fianco a critiche. La differenza determinante nell’analisi, tuttavia, sta nella potenzialità. Nell’accettare che anche al proprio figlio o fratello non deve essere garantita la potenzialità di restare impunito ma va concesso a tutti il diritto ad un’educazione sentimentale paritaria. Per evitare promesse non mantenute occorre sapere quali promesse fare.

di Serena Reda

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Serena Reda

Praticante avvocato e blogger.
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