Cinema

Qualcuno volò sul nido del cuculo, quarantacinque anni dopo

Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Miloš Forman compie, nel 2020, ben quarantacinque anni. Difficile pensare a qualcosa di altrettanto iconico per ricordare la stagione della new Hollywood, sia per le sue tematiche, sia per come esse furono presentate al grande pubblico. In questo nostro speciale, tuttavia, vogliamo ripercorrere il background storico e , in parallelo, il contesto cinematografico. Rispolveriamo la trama.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
Photo credit: WEB

Trama in sintesi

Un anticonformista tra i degenti

Stati Uniti, anni Sessanta. Il detenuto Randle Patrick McMurphy (il ghigno di Jack Nicholson) viene trasferito nel manicomio statale di Salem per essere vagliato. Incarcerato diverse volte per episodi di violenza e di insofferenza nei confronti delle regole, gli organi di giudizio hanno deciso di valutare se egli soffra o meno di una malattia mentale. Randle, uomo chiacchierone, presuntuoso, sarcastico e, al contempo, dotato di un forte carisma, decide di infischiarsene delle regole. Nonostante sappia di essere osservato, Randle sobilla gli altri degenti meno problematici, spingendoli verso una lenta insurrezione nei confronti dell’infermiera caporeparto Mildred Ratched (Louise Fletcher).

La rivolta decisiva

Dopo averli portati a pescare eludendo la sicurezza, Randle scopre che la direzione ha optato per stringere le misure nei suoi confronti, rendendo indeterminato il tempo della sua permanenza lì. Ciò crea una nuova rivolta dei pazienti nei confronti della direzione, con Randle che si scaglia contro una guardia, beccandosi una terapia da elettroshock insieme al corpulento pellerossa Bromden (Will Sampson), il quale si era finto sordomuto per sfuggire alle torture del luogo, ma che, ora, grazie a Randle, pare aver ritrovato fiducia. I due progettano di fuggire in Canada.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
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Prima di scappare, Randle organizza una festa di commiato dopo aver corrotto una guardia. Con l’occasione, il giovane e balbuziente Billy Bibit (Brad Dourif) ottiene la possibilità di passare la serata con Candy (amica di Randle). La festa prosegue e l’infermiera Ratched scopre Billy in compagnia. L’infermiera Ratched minaccia di confessare tutto alla madre, per cui egli prova un timore tale da spingerlo a suicidarsi. Sconvolto, Randle strangola la Ratched rischiando di ucciderla, ma delle guardie lo arrestano. E’ l’ultima goccia: la direzione ordina la lobotomia, rendendolo incapace di intendere e di volere. Bromden, stravolto, decide di soffocare l’amico con un cuscino e di fuggire dalla finestra distrutta con il lavabo che tempo prima Randle aveva provato a sradicare.

Qualcuno volò sul nido del cuculo, quarantacinque anni fa

La crème della settima arte

Come si può analizzare un film tanto complesso e stratificato? Un film che bissò il successo di “Accadde una Notte” (1934) di Frank Capra aggiudicandosi tutti gli Oscar principali: miglior film, miglior regia, miglior scenggiatura non originale, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista. Un film che ha pressoché riscritto la visione generale della gente nei confronti tanto dei manicomi quanto della società contemporanea. Prima di tutto, la performance di Jack Nicholson: un personaggio, quello di Randle che, con qualsiasi altro attore al suo posto apparirebbe troppo sopra le righe. Quel suo ghigno sadico e inconfondibile, quel suo anticonformismo trasmesso naturalmente, avrebbero stonato sul volto di chiunque.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
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I temi

Detto ciò, la trattazione tematica che è stata estrapolata da molti commentatori negli anni, vedrebbe Randle come simbolo della controcultura sessantottina che si ribellava alle istituzioni. Tuttavia, con ben quarantacinque anni di esperienza sul groppone, possiamo dire che tale lettura è un tantino polarizzante. La grandezza di Forman, il più americano dei registi europei, sta proprio nel proporci due visioni parecchio contraddittorie. Laddove, nel romanzo originale di Ken Kesey (pubblicato nel 1963), la denuncia delle disumanità che avvenivano all’interno degli ospedali psichiatrici appariva come qualcosa di sconvolgente, nel 1975, esse erano già state messe ampiamente in luce – ricordiamo i saggi dello psichiatra Thoms Szasz o anche le opere di Alda Merini in Italia, testimone oculare delle atrocità di tali cliniche, messe fuorilegge alla fine della decade (1978 in Italia) -.

Analisi di Forman

L’analisi proposta da Forman, in un’epoca in cui la stagione delle contestazioni giovanili aveva via via fatto largo al fenomeno del riflusso, si pone come un’indagine sulle istituzioni sociali stesse, siano esse appartenenti alle classi più agiate e conservatrici, sia ai cosiddetti reietti. Il personaggio di Randle, in questo senso, nel suo definire gli altri degenti che si ritrovano lì volontariamente come “non tanto più pazzi della media della gente che si vede in giro“, si riferisce chiaramente all’eterna lotta tra imposizione dall’alto e accettazione dovuta a “prigioni mentali“.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
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Per tale ragione, l’emblematico e meraviglioso finale – forse uno dei più belli di sempre – rappresenta lo scioglimento ideale della narrazione: Bromden fugge dalla propria prigione mentale; egli si disfa della bolla di vetro che si era costruito per fugare ogni influsso esterno. E l’esultanza di Taber – interpretato in modo magistrale da Christopher Lloyd -, lascia la porta aperta – letteralmente – alla fuga di tutti gli altri membri volontari. In questo modo, la critica di Forman non riguarda tanto le violenze psicologiche e fisiche – alcune barbariche come la lobotomia frontale -, quanto l’accettazione silente delle stesse.

Esistenzialismo europeo applicato

Da buon est-europeo, Forman porta la narrazione su un piano più filosofico, mostrandoci quanto siano labili e incorporei i confini delle convenzioni e delle istituzioni. Ci mostra come fosse una consuetudine comune a tutti, tanto ai succubi quanto agli artefici, quella di accettare tali convenzioni come normalità. E potremmo ridurre questa disamina alle sole parole di Thomas Szasz sugli ospedali psichiatrici – pedissequi a quanto abbiamo scritto poc’anzi -, ma l’estensione alle convenzioni sociali di ogni tipo, al classismo conservatore e alle contraddizioni del riflusso post-sessantottino, è d’obbligo.

Follia è genialità?

In ultimo, citando un film successivo, il capolavoro “Nostalghia” (1983) di Andrej Tarkovskij, con l’immortale scena dei “pazzi” radunati nel centro di Roma per proporre un’uscita collettiva dell’umanità dalle imposizioni convenzionate, non possiamo non renderci conto di quanto, sotto sotto, la trattazione della follia, per molti aspetti, viva di un forte romanticismo, derivante tanto da “L’Elogio della Follia” di Erasmo da Rotterdam, quanto dalle dissertazioni espresse da scrittori come Poe, Rimbaud e Baudelaire, antecedenti ai testi più tecnici e specifici di Freud et similia. Il tutto con un’unica prerogativa, citando sempre Poe: “Non è chiaro se la follia sia la forma più pura di genio“.

Frame del film
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Qualcuno volò sul nido del cuculo, quarantacinque anni dopo

Perché “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è un film da vedere anche dopo tutto questo tempo? Oggigiorno, la condizione disumana dei manicomi ci appare superata, quasi mitologica; si fatica persino a credervi. Eppure il principio tematico del film, capace di estrapolare tanti livelli di lettura su una società tanto conformata e convenzionata sul nulla, oggi trova sin troppe similitudini con il nostro quotidiano. L’oggi è fatto di sistemi, forse ancor più di prima. Essendo l’uomo una creatura fortemente conservatrice, la necessità di elaborare schemi e convenzioni precisi che s’incastrino con i ritmi frenetici cui siamo abituati a vivere, si è fatta sempre più forte.

Jack Nicholson
Photo credit: WEB

Qualcuno volò sul nido del cuculo“, come il succitato “Nostalghia“, apre diverse interpretazioni a quanto la follia possa essere solo un’idiosincrasia che segue una propria strada, lontana da quella battuta dalle convenzioni sociali. Un grido -oseremo dire – “anarchico” rivolto a un mondo sempre più categorizzato, programmato e sistematico, e sempre meno libero. Perché “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, a quarantacinque anni dall’uscita, non sarà mai un semplice film.

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