Cultura

Recensione “Non essere cattivo”, L’accattone contemporaneo

Ostia,1995. Vittorio e Cesare, due ragazzi dell’hinterland romano, sono legati da una profonda amicizia fraterna e dall’ossessione per la droga. Si dedicano entrambi ad attività illecite, a litigi con le varie bande del posto. Privi di un vero lavoro, la loro vita è intrisa di droga e male di vivere.
La droga, è la loro via di fuga, è l’estraniarsi totalmente dai loro problemi quotidiani e familiari; In particolare Cesare, vive con la madre e con la nipotina Debora, figlia della sorella deceduta a causa dell’AIDS.
Debora è una bambina malata, che chiede spesso allo zio di rimanere maggiormente in sua compagnia, visto “l’amore paterno” che vi è fra i due, ma Cesare non ci riesce. Cesare deve evadere dal suo malessere, dal sua dannata esistenza. Egli sembra un soggetto scritto da Baudelaire. Come affermava lo scrittore Francese;“Il male risulta però più attraente e più accattivante del bene”.
L’oggetto che avvicinerà per sempre zio e nipote, anche dopo la prematura morte della bambina, è l’orsacchiotto che Cesare ha rubato per la piccola. Un orsacchiotto con su scritto Non essere cattivo, espressione che da il titolo alla pellicola. 

Ma come si fa a non essere cattivo in un ambiente che ti assorbe nelle proprie sabbie mobili, che ti costringe ad essere un uomo standardizzato, con determinate peculiarità per cercare di sopravvivere? Le periferie sono luogo di battaglia, di guerre interne, di chi cresce troppo in fretta.

Vittorio e Cesare sono legati da un amore fraterno che è diventato tossico. Un’amicizia simile all’eternit. Vittorio vuole evadere e riscattarsi, ha volontà di uscire da questo mondo malefico, da questo giro vizioso. Cesare, dopo la morte della nipote, precipita totalmente nell’abisso della delinquenza e delle sostanze stupefacenti. Verrà ucciso durante un tentativo di rapina, lasciando la sua amata Viviana, sola ed affranta, in quel edificio in rovina che era il loro ritrovo d’amore.
Ma una nuova vita Cesare l’ha avuta. Viviana e Cesare aspettavano un bambino, che prenderà il nome del padre, quest’ultimo divorato da quella esistenza letale.

Cesare voleva avere dei figli, voleva avere in giro per casa “tante piccole Viviane”. Viviana interpretata da una commuovente Silvia D’Amico, era un’ancora di salvezza per Cesare, era il suo bagaglio di felicità, con il quale poter viaggiare mentalmente e ritrovare un barlume di spensieratezza.

“A Ce’ non guarda’ il mare che poi te vengono i pensieri”; Cesare guardava il mare perché voleva ribellarsi alla vita che l’aveva punito. Il mare come la droga. Via di evasione.
Dopo delle allucinazioni a causa della cocaina, Vittorio decide di mutare la sua esistenza. Di creare un nucleo familiare solido, di amare e accudire Linda (interpretata da Roberta Mattei) ed il figlio, come se fosse il proprio. Vittorio decide di riscattarsi, di tirarsi fuori dal fango nel quale si era infossato. Lavora al cantiere, è sereno, vuole far cambiare idea a Cesare, ma forse, è troppo tardi.

Un’amicizia dialettica, due poli opposti. Da una parte il riscatto, dall’altra la fragilità.

Un film che fa ridere, fa riflettere ed emoziona. Ultimo della trilogia di Claudio Caligari, dopo “Amore tossico” e “L’odore della notte”, “Non essere cattivo”, uscito nel 2015, ci riporta nell’era Pasoliniana, al neorealismo di “Accattone”, a Vittorio che sopravvive nelle periferie romane.

Claudio Caligari, è scomparso subito dopo la fine delle riprese del film. Forse era davvero il nuovo Pierpaolo Pasolini, raccontando il neorealismo contemporaneo, quello dell’hinterland romano, simile a quello degli Sessanta.
“Accattone” e “Non essere cattivo” sono affini anche nel finale; In Accattone, Vittorio muore perché dopo un piccolo furto si imbatte nella polizia e durante la fuga cade dalla motocicletta.
Cesare muore dopo un tentato colpo. Totalmente cosparso di sangue, si spegne nella sua casa diroccata mentre la polizia lo scova.
Sublimi sia Alessandro Borghi (nel ruolo di Vittorio), sia Luca Marinelli (nel ruolo di Cesare).

Entrambi veritieri nel loro dialetto romanesco, nei loro sguardi assenti e colpevoli. Due attori dagli occhi chiari, nei quali specchiano totalmente la verità più infima delle borgate. Due sguardi, due occhi cerulei, due vite complementari. Due giovani attori che hanno impersonato un neorealismo odierno, avvicinandosi alla veridicità di Franco Citti.

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