Report sotto attacco, il Garante della Privacy nel mirino per la multa alla Rai e le ombre sui rapporti con Fratelli d’Italia. C’è un filo rosso che lega libertà di stampa, controllo politico e istituzioni che dovrebbero restare indipendenti. Lo si è visto ancora una volta con il caso Report, sanzionato dal Garante della Privacy con una multa da 150mila euro per aver trasmesso l’audio di una conversazione privata tra Gennaro Sangiuliano, ex ministro della Cultura, e la moglie Federica Corsini.

Un audio scomodo, perché collegato a quello scandalo che nel 2024 aveva travolto il ministro, portandolo alle dimissioni e mettendo a nudo il sistema di relazioni tra potere politico, media e nomine pubbliche.

Report, Ranucci, Sangiulianoe una sanzione che sa di avvertimento

Il Garante della privacy ha accusato Report di aver violato il GDPR e le norme deontologiche sulla privacy, sostenendo che la telefonata non aveva rilevanza pubblica. Ma il programma di Rai 3 ha ribattuto che quel dialogo mostrava un intreccio diretto tra vita privata e incarichi pubblici, dato che la donna coinvolta, Maria Rosaria Boccia, si era più volte presentata come collaboratrice del ministro.
Per Report, insomma, il diritto di cronaca prevaleva. Per il Garante, no.

Il risultato: una multa pesantissima e un messaggio politico chiaro. Sigfrido Ranucci non ha usato giri di parole:

Qualcuno sta armando il Garante della Privacy per punire Report e dare un segnale ad altre trasmissioni.

Parole forti, pronunciate davanti al Parlamento europeo, dove l’eurodeputato Sandro Ruotolo ha chiesto una verifica sull’operato dell’autorità italiana.

Il video che fa esplodere la polemica

Tre giorni dopo, Report rilancia. Durante la puntata del 26 ottobre, Ranucci mostra un filmato: un uomo entra nella sede di Fratelli d’Italia a Roma, in via della Scrofa. È Agostino Ghiglia, uno dei quattro componenti del Garante, ex parlamentare di Alleanza Nazionale.
Il video solleva una domanda inevitabile: quanto è indipendente un’autorità di garanzia se i suoi membri frequentano le sedi del partito al governo alla vigilia di una decisione così delicata?

Ghiglia si difende parlando di un incontro “privato” con Italo Bocchino, direttore del Secolo d’Italia, per organizzare la presentazione di due libri.

Male non fare, paura non avere.

ha dichiarato, rivendicando naturalezza nel suo comportamento. Ma il problema non è la paura: è la credibilità istituzionale.
In un Paese in cui la libertà d’informazione è costantemente sotto pressione, anche solo la parvenza di un conflitto di interessi dovrebbe essere motivo di allarme, non di leggerezza.

“Pedinato” o controllato? La libertà di stampa non è una formalità

Ghiglia ora parla di “pedinamento”, annunciando denunce contro chi lo avrebbe seguito. Ma non siamo davanti a uno scandalo di gossip: si tratta del diritto dell’informazione a verificare chi esercita potere pubblico e in che contesto. Quando un’autorità agisce in modo che può influire sulla libertà di stampa, è giusto e doveroso che la stampa osservi, indaghi, mostri. Ma è qui che c’è il punto di rottura. Da una parte un potere politico e para-istituzionale che pretende rispetto e silenzio. Dall’altra, un giornalismo che, quando non si piega, viene colpito con sanzioni e delegittimazione.

Il presidente del Garante, Pasquale Stanzione, ha difeso la “assoluta indipendenza” dell’ente e minacciato azioni legali contro Ranucci per le sue parole. Ma resta un dato: la sanzione arriva in un momento di stretta informativa e controllo mediatico, con la Rai già sotto direzione politica e con un governo che non nasconde il fastidio per le voci critiche.

Ranucci, da parte sua, ha ringraziato l’Unione Europea per l’European Media Freedom Act, ricordando che solo una cornice europea potrà difendere le redazioni italiane da ingerenze sistemiche.

Report, Ranucci, Sangiuliano, tra privacy e censura

Nessuno mette in dubbio l’importanza della privacy. Ma in questo caso il diritto alla riservatezza è stato brandito come strumento disciplinare contro chi fa informazione. La libertà di stampa non è solo il diritto di pubblicare, ma anche di disturbare, di mostrare il lato oscuro del potere. E se la difesa della “riservatezza” serve a proteggere il potente dal controllo democratico, allora non è più diritto: è censura.

Questo scontro non è un incidente, è il sintomo di un clima in cui le autorità indipendenti si muovono sempre più dentro l’orbita politica.

Maria Paola Pizzonia