È ufficiale: il Governo ha già disposto la data in cui si andrà a votare per la riforma sulla Giustizia. Nello specifico, i cittadini andranno alle urne il 22 e il 23 marzo 2026. Il cuore delle votazioni concernerà la Riforma Nordio (Legge n. 114 del 2024) che, qualora approvata, modificherà la Costituzione. Gli articoli che potrebbero subire modifiche sono: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Inoltre, la riforma introdurrebbe un nuovo articolo. Specificatamente, il fulcro riguarda la Riforma Costituzionale sulla Separazione delle Carriere. Vi è, però, un tema critico: il Governo ha fissato la data prima che decorressero tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta, comprimendo di fatto il diritto all’opposizione. È importante fare chiarezza, specie prima delle date stabilite a marzo.
Perché il Governo vuole affrettare i tempi?
I promotori che hanno fatto richiesta per il referendum popolare hanno ritenuto che il Governo non abbia rispettato i tempi costituzionali, ma perché? È lo stesso articolo 138 della Costituzione a rispondere: “Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. La Riforma Nordio, non avendo raggiunto i 2/3 dei voti in Parlamento, è stata diffusa sulla Gazzetta il 30 ottobre 2025. I cittadini hanno il diritto di presentare un referendum popolare entro tre mesi dalla pubblicazione. Al termine del periodo, in questo caso il 30 gennaio 2026, deve essere stabilita una data per le votazioni. Quindi, perché si parla di uno strappo alle prassi istituzionali? Perché il Governo ha scelto la data il 13 gennaio 2026, comprimendo il naturale tempo costituzionale.
Come evidenziato prima, la Costituzione prevede che la domanda possa essere presentata anche da un quinto dei membri di una Camera. Il Governo difende la sua posizione sottolineando che, poiché i parlamentari avevano già approvato la richiesta il 18 novembre, la consultazione era ormai certa. Non ha, quindi, ritenuto necessario attendere la fine della raccolta firme. I promotori però non ritengono che questa giustificazione sia valida, in quanto i cittadini hanno il diritto di fare campagna informativa e raccogliere adesioni, a prescindere da ciò che fanno i parlamentari. I 15 cittadini che hanno promosso la raccolta firme hanno fatto ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio, chiedendo che fosse annullata la data fissata dal governo. Il 14 gennaio il TAR ha respinto la richiesta di sospensione, ma ha fissato l’udienza per decidere nel merito il 27 gennaio. Qualora il ricorso dovesse essere accolto la data slitterebbe.
Ecco cosa cambierebbe nel concreto
Quindi, cosa cambierebbe nel concreto? Come accennato poco prima, riguarda la Riforma Costituzionale sulla Separazione delle Carriere. Attualmente, durante la vita lavorativa, un magistrato può scegliere di passare, pur con dei limiti, dal ruolo di Pubblico Ministero a giudice e viceversa. La riforma introdurrebbe due carriere completamente diverse fin dall’inizio. Simultaneamente, la legge sdoppierebbe il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), creandone uno per i giudicanti e uno per i requirenti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Ancora, le sanzioni disciplinari per i magistrati che commettono errori o illeciti professionali non sarebbero decise da una sezione interna del CSM, ma da un nuovo organo esterno: l’Alta Corte composto da 15 membri (sia magistrati che professori/avvocati nominati dal Parlamento e dal Presidente della Repubblica). Infine, la riforma introdurrebbe il sorteggio come metodo per selezionare i componenti togati dei due futuri CSM.
“Il tempo è fondamentale in una democrazia”
A differenza dei referendum abrogativi (in cui si richiede, appunto, l’abrogazione di una legge già esistente), i referendum costituzionali (o confermativi) non necessitano del quorum. La validità, infatti, si determina con la maggioranza dei voti validi espressi, senza un numero minimo di votanti. È importante analizzare, quindi, i punti sollevati da ambo le parti. Coloro che protendono per il “sì” vedono nella riforma una garanzia di ulteriore imparzialità dei giudici. Il sorteggio per i membri del CSM servirebbe a rompere il potere delle “correnti interne” alla magistratura. L’esistenza dell’Alta Corte imporrebbe ai magistrati di rispondere in modo più vigoroso e imparziale ai propri errori. Infine, le carriere separate consentirebbero ai magistrati di diventare dei veri specialisti nel loro ruolo.
Coloro che protendono per il “no” identificano nella separazione delle carriere una possibile perdita della “Cultura della Giurisdizione”. Similmente, anche la separazione del PM viene vista come una possibile perdita dell’autonomia necessaria, rischiando di finire sotto il controllo del governo. L’elezione a sorteggio dei membri dei CSM, invece, viene vista come un attacco alla magistratura, equiparando un organo costituzionale a una estrazione a sorte. Si presenterebbero, poi, ulteriori costi e burocrazia per la creazione di due CSM e dell’Alta Corte. L’ultimo punto sollevato è che, già oggi, passare da PM a giudice è quasi impossibile, rendendo la riforma più “ideologica” che pratica.
I cittadini sono fortemente invitati a informarsi e a sfruttare il tempo a disposizione per votare consapevolmente. Come sottolineato da Avvocathy: “Il tempo è la cosa più preziosa in una democrazia, perché permette alle persone di capire, confrontarsi, cambiare idea. Il Governo lo sa, per questo accorcia i tempi: perché una campagna lunga può ribaltare i sondaggi”.
Stefania Cirillo





