Cinema

Roberto Rossellini, i suoi ciak senza una lira fatti d’amore

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“Anche la rabbia ben diretta è una forma d’amore”. Quando pronunciò queste parole pensava forse alla Magnani, o al cinema dopo la guerra? Di sicuro, è la frase passionale di un romantico, senza indebolirne l’uomo. Di un genio avventuriero, dal baciamano per saluto. Restano i vibranti ed intrepidi sentimenti, fatti anche di gelosie, sotto l’altisonante nome di Roberto Rossellini.

Ingrid Bergman e Marlon Brando dovevano essere i protagonisti di “Senso” di Luchino Visconti. Ma la loro partecipazione sfumò. Secondo la produzione Brando era semisconosciuto, e la Bergman, disse Visconti, fu costretta avrinunciare per il veto di gelosia imposto da Roberto Rossellini, perchè non voleva che lavorasse con altri registi. Alida Valli Farley Granger, i sostituti. Secondo Rossellini, invece, la Bergman rifiutò il ruolo perchè il nostro Risorgimento, con la guerra d’indipendenza, non le diceva nulla. “Capiva molto più le donne che gli uomini, forse perché era un po’ sempre innamorato di qualcuna”. Racconta così Rossellini, Giovanna Ralli. Un avventuriero, e uomo di grande generosità. Che sperpera un patrimonio, senza mai saper dire un no.

Pane e celluloide

La storia scriverà ‘padre del neorealismo‘. Ma verrà ricordato per essere stato inseguito dai fotografi. Per i suoi amori da prima pagina. Il mondo ha sospirato con lui, dietro le sue donne. Il migliore dei suoi film, il più riuscito, è la sua vita. “Era un carismatico e riusciva ad affascinare tutti i membri di una troupe. Era un tale affabulatore, che ti metteva nella condizione della bambina che ascolta la favola, la sera, prima di andare a dormire, con gli occhi sgranati, e la bocca spalancata. Lui parlava, parlava: raccontava storie straordinarie. Certo, fisicamente non era bello. Però, quando cominciava a parlare, capivi perché poteva risultare affascinante: era una specie di incantatore di serpenti”. Dice di lui Claudia Cardinale.

Nel vocabolario dei napoletani non esiste la parola lavoro, dicono la «fatica». Anche io sono così, non amo la fatica“. Ammetteva Roberto. Alla fine della guerra, nel 1944, tutto era distrutto in Italia. Come ogni cosa anche il cinema. Dalle macerie e dalla mancanza di un’industria per i cineasti, qualunque progetto andava bene. Al minimo dei costi, ma abbondando in creatività, con la celluloide impregnata di “dialettale”. Riprendi quel che hai voglia di vedere. Usa la macchina da presa come gli occhi. Piazzala su chi ascolta, se ti accorgi che è più importante di chi parla”. Questo il cinema che voleva il maestro Rossellini. Bisognava raccontare le cose così com’erano, senza orpelli, quasi nude. Dire, a voce bassa, solo ciò che il pubblico voleva sentire, su quello che aveva visto e patito nei duri anni di combattimento.

Rossellini girava l’amore

Roma città aperta“, che fa da spartiacque nel cinema tra prima e dopo la sua creazione, venne sommerso dai fischi del pubblico quando fu proiettato nel settembre del 1945 a un piccolo festival. Questo fu il debutto del film pietra miliare del neorealismo. I tedeschi erano da poco andati via, e si narra che quando i passanti videro gli attori nelle divise da ufficiali nazisti, li scambiarono per veri e gli lanciarono contro delle pietre. Mancava il materiale tecnico, compresa la pellicola. Non erano disponibili gli studi di Cinecittà, già spogliati dalle attrezzature e ridotti a un grande rifugio per gli sfollati. Così Rossellini e la troupe improvvisarono le riprese di alcuni interni nel vecchio teatro Capitani, dietro via del Tritone, in via degli Avignonesi 32. Gli attori, per volontà del regista, venivano scelti “unicamente per il loro fisico” e dovevano essere dei “non professionisti perché non hanno idee preconcette”.

Non c’erano abbastanza soldi per pagare qualcuno che tenesse le persone fuori dall’inquadratura, mentre si girava “Roma città aperta“. Mancavano anche le corde per non fare entrare i curiosi. Così, Rossellini, aveva deciso di riprendere tutti coloro che passavano per viale Giulio Cesare, e che sostavano a guardare. Una casualità che fece il miracolo della scena più famosa, nel momento del grido e della morte della Magnani, con tutta quella gente intorno. Anna Magnani, la compagna del regista, viscerale, con quel suo slancio esistenziale proprio in quell’istante, al grido di “Francesco!”, fu il ‘fuoco’ perfetto per quel film.

Rossellini e Fellini all’osteria..

La frase recitata da Aldo Fabrizi, in “Roma città aperta“, nella scena della morte del partigiano Luigi, “È finita… È finita! Volevate uccidere la sua anima, avete ucciso soltanto il suo corpo!… Maledetti!”, è scena senza precedenti; per la prima volta è rappresentato un sacerdote cattolico colto da un’indignazione, di fronte alle atrocità dei nazisti, che gli fa perdere il controllo umano. La parte finale della battuta, “Sarete schiacciati nella polvere come dei vermi! Maledetti”, non ha carità cristiana, ma si avvicina al Dio dell’Antico Testamento, duro, e a volte vendicativo.

In tasca una tessera d’ingresso illimitata per vedere tutti i film che voleva al Barberini. Roberto era figlio di un impresario edile che aveva costruito proprio la prima sala cinematografica di Roma. “Rossellini cercava, inseguiva il suo film in mezzo alle strade, con i carri armati degli alleati che ci passavano a un metro dalla schiena, gente che gridava e cantava alle finestre, centinaia di persone intorno che cercavano di venderci o di rubarci qualcosa, in quella bolgia incandescente”. Federico Fellini racconta “Paisà” il film di Rossellini del 1945; lui che fu sceneggiatore di “Roma città aperta“, e che Roberto faticò ad avere. Passavano le serate insieme all’Osteria dei Fratelli Menghi, anche con Aldo Fabrizi, ritrovo di artisti e aspiranti cineasti romani.

Mittente Ingrid Bergman

Folgorata da “Roma città aperta“, fu Ingrid Bergman; aveva già girato “Casablanca” con Humphrey Bogart, “Per chi suona la campana” con cui guadagna la prima nomination all’Oscar, “Notorius” con Cary Grant che diventa il suo migliore amico, insieme a Gregory Peck che confessò di essere rimasto ammaliato dalla collega svedese. Quando, già sposata, scrisse il famoso biglietto all’indirizzo di Roma, al cospetto di “Mr. Rossellini“. “A Robè“, lo chiamava invece la Magnani, sua compagna. Ma a sua volta il regista, era sposato con un’altra donna, la scenografa e costumista di Pier Paolo Pasolini, Marcella De Marchis. Con cui aveva due figli, Romano, che morirà a solo 9 anni, e Renzo. “L’amore. Toglietemi tutto. La carriera, la politica, Mike Bongiorno, il festival di Sanremo. Ma l’amore no. L’amore è la pioggia, il vento, è il sole e la notte. L’amore è respiro e veleno. Certi giorni mi dico: Anna, stai attenta, questa è la cotta che ti ammazza. Perché, sì, di carattere sono eccessiva, smodata. Non mi so fermare, e ogni volta che amo mi impelago fino ai capelli. Che strazio, poi, uscirne vivi. Scappare. E’ una cosa tremenda, da urlare. Come rialzarsi dal letto e non avere più sangue. Ma poi si ricomincia ed è meraviglioso”. Questa un’intervista di Anna.

La Bergman raccontò a Renzo, il figlio di Roberto, che ad una festa con molti invitati, tra gente che conta, «forse lì, in cucina, era stato concepito Robertino», il primo loro bambino. E Renzo si era divertito a chiedere i dettagli, domandandole: «In piedi?». «Quasi!» “La persona che più mi piacque. Lo conobbi attraverso l’ultima moglie, Sonali, che poi puntualmente lasciò. Il suo desiderio era di creare una famiglia allargata con tutte le donne che aveva amato”. Roberto Capucci, lo stilista, lo conosceva bene. “Sono stanco di essere il signor Bergman“. Disse Rossellini quando intraprese la relazione controversa, con lei già sposata, e conosciuta in India per girare un film. Due mesi dopo nacque Raffaella, la figlia della colpa, e Rossellini adottò anche il figlio più piccolo di Sonali e Hari il primo marito. Ma, Roberto Rossellini era capace di far innamorare. Focose passioni e bollenti gelosie alla sua corte. Anticonformista in amore, forse solo appassionato. A lui il pregio di sconvolgere la società, soltanto con il potere dei sentimenti. Tutti, anche la rabbia. Senza soldi, e tutti ciak d’amore.

Federica De Candia per Metropolitan magazine

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