Rohingya: quando i “cattivi” non sono musulmani

“Inaccettabile il comportamento di Aung San Suu Kyi sui Rohingya”. Così Zeid Ràad Al Hussein, referente Onu per i Diritti Umani. Il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi secondo l’Onu è stata complice del genocidio in atto sulla minoranza musulmana dall’agosto 2017. Nel mirino anche Facebook, colpevole di non aver oscurato le pagine inneggianti all’odio razziale nei confronti dei Rohingya. L’Onu si dice pronto a portare davanti al tribunale internazionale i vertici californiani del Social Network.

(Foto dal web)

Chi è Aung San Suu Kyi?

 

Figlia del Generale Aung San, capo del Partito Comunista della Birmania, trascorre la sua infanzia a fianco della madre, divenuta ambasciatrice in India nel 1960 in seguito all’uccisione del marito. La carriera diplomatica della madre permette ad Aung San Suu Kyi di frequentare le migliori scuole inglesi, conseguendo la laurea ad Oxford. Nel 1988 entra in politica fondando la Lega Nazionale per la Democrazia, con il fine di contrastare la giunta militare che in quell’anno aveva preso il potere. Subito viene messa agli arresti domiciliari e ci rimase, salvo una breve interruzione, fino al 2010. Durante questa ingiusta detenzione il suo partito ha vinto le elezioni nel 1990 ma, la giunta militare ha disconosciuto il voto rimanendo al potere. Liberata nel 2010, Aung San Suu Kyi ha ottenuto un seggio in parlamento, nel 2015 il suo partito vince le elezioni e lei diventa Consigliere di Stato, il Primo Ministro del paese. Questa sua lotta non violenta, fortemente influenzata dalla filosofia di Gandhi, le è valso il premio Nobel per la Pace e la Medaglia d’Oro al Valore del Congresso americano. 

Chi sono i Rohingya?

Minoranza etnica di fede musulmana che vive nello stato del Rakhine, al confine con il Bangladesh. Per loro la vita in Birmania non è mai stata semplice. Non gli è mai stata riconosciuta la cittadinanza e non possono muoversi liberamente nel paese. Sono di fatto considerati immigrati del Bangladesh “portati” in Birmania dai colonizzatori inglesi. Nonostante la loro presenza risalga alla fine dell’800, i Rohingya sono sempre stati considerati stranieri senza diritti, in particolar modo durante gli anni della dittatura militare. Come quasi tutte le minoranze del mondo perseguitate, alcuni dio loro hanno imbracciato le armi fondando l’ Arakan Rohingya Salvation Army, una formazione guerrigliera con pochi mezzi, incapace di perpetrare una seria compagna di difesa del popolo Rohingya. Nel 2017, in seguito ad alcuni attacchi contro stazioni di polizia nella regione interessata, l’esercito birmani ha intrapreso una campagna che si può definire tranquillamente di pulizia etnica.

Ad oggi i rifugiati arrivati in Bangladesh sono circa 500 mila, di cui il 60% bambini secondo fonti di Save the Children. Molti di loro riferiscono di villaggi bruciati e di centinaia di vittime, il Primo Ministro birmano è sempre il Nobel per la Pace di cui sopra. Le sue dichiarazioni in merito al genocidio in atto sono a dir poco scandalose nei confronti di tutta la comunità internazionale. Come qualsiasi “dittacorucolo” centroamericano, Aung San Suu Kyi bolla le notizie riguardanti la repressione birmana come fake news. L’unico “fake” che si vede all’orizzonte è il suo premio Nobel. 

 

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