La Rosa di Bagdad : un mediometraggio sconosciuto di animazione italiana

Stasera in TV, su Mediaset Canale 34, avrete la possibilità di recuperare una perla dell’animazione made in Italy: La Rosa di Bagdad, un film stupendo e sottovalutato.

Sicuramente strizzando l’occhio a Le mille e una notte, La rosa di Bagdad è un film d’animazione del 1949, monumento del cinema animato nostrano.

L’opera, nonostante ci catapulti in una vaporosa fiaba Mediorientale, trae certamente più di un’ispirazione dal gusto Disney di quegli anni. Vediamo rimandi a Biancaneve e i sette nani, con qualche pizzico della comicità e struttura della trama che ci ricorda I viaggi di Gulliver di Dave Fleischer e, aggiungerei, un pizzico de Il Pifferaio Magico dei fratelli Grim.

La trama de La rosa di Bagdad:

Durante gli orrori della Seconda Guerra Mondiale che gravano il mondo, il califfo di Bagdad Oman III ha intenzione di dare in sposa la sua bella figlia Zeila. Nel frattempo un giovane umile suonatore, l’incantatore di serpenti Amin, si innamora della bella principessa.

La Rosa di Bagdad – fonte: google

Alle loro spalle trama il perfido Jafar. Egli, sceicco di un paese confinante, vuole a tutti i costi a sposare la principessa. Ma i suoi scopi non sono nobili come quelli del coraggioso Amin: egli infatti mira solo ad impadronirsi del regno. Jafar si affida al potente mago Burk e grazie ai suoi malefici riesce a stregare l’innocente Zeila. Non solo: dopo aver imprigionato il povero Amin aggredendo la sua inseparabile gazza ladra Calina, si adopera a rendere innocui i tre consiglieri del califfo: i goffi (e sciocchi forse anche più dello stesso Oman) Tonko, Zirko e Zizibé. Quando tutto sembra oramai perduto, una misteriosa mendicante, alla quale Amin aveva fatto la carità, dona al ragazzo un oggetto…

Questa è la storia di come il giovane Amin cercherà in ogni modo di salvare la sua amata. Ma non è una semplice storia d’amore: nel resto del globo, le forze alleate mondiali combattono tra loro per fermare il progetto di un nuovo ordine nazifascista.

La Rosa di Bagdad, la storia del film :

Oltre all’avventurosa storia che caratterizza la trama, anche la realizzazione del film ha un’avvincente retroscena di passione e tenacia.

La Rosa di Bagdad è stato realizzato negli anni Quaranta da Anton Gino Domeneghini. Oltre ad essere un regista d’eccezione, capace di lasciare un’impronta stilistica chiara nella sua opera, egli era anche grande amico di D’annunzio. Ma torniamo al lungometraggio.
Il film si potrebbe in realtà (se volessimo essere proprio precisi) definire un mediometraggio in per via della sua durata di poco più di un’ora.

La Rosa di Bagdad – fonte: google

La rosa di Bagdad è il primo film animato in Italia ad essere girato in Technicolor (titolo conteso da I fratelli Dinamite di Nino Pagot, uscito lo stesso anno).
La storia del piccolo musico che deve districarsi nelle difficoltà del suo un regno nasceva proprio da dentro il cuore del regista. Questo perchè ricalcava il sogno di un uomo il quale, proprio grazie alla sua passione e convinzione verso il suo progetto, riuscì a resistere alle intemperie della guerra. Anton Digo Domeneghini attraverserà con il suo progetto molte avversità, dovute alla situazione storica. Siamo al centro del caos che precede l’ingresso dell’Italia nella dittatura fascista, la nascita della Repubblica e il clima della guerra fredda.

Sappiamo infatti che il film è venuto alla luce in modo poco lineare e faticoso, come ogni opera d’arte che si rispetti. Il soggetto era già in cantiere dall’inizio del decennio. Poi il regista fu colpito dalla visione di Biancaneve e i sette nani e volle riproporre in chiave diversa una fiaba dal sapore classico. Da lì il lavoro è durato ben sette anni: c’era bisogno di raccogliere i fondi necessari e poichè i bombardamenti del 1942 distrussero gli studi dell’IMA Film la pellicola è stata ultimata tra Villa Fè d’Ostiani e Villa Secco in Franciacorta con anche momenti di lavoro in Gran Bretagna.

Il predecessore di “Aladdin”?

Il film è una splendida storia d’amore, consigliato a chiunque abbia un animo romantico. Domeneghini conobbe in quegli anni Walt Disney. Perchè ve lo dico? Per via di una caratteristica molto particolare de “La Rosa di Bagdad”.
Strizza l’occhio a questa pellicola – ovviamente – il postumo Aladdin, dove il molti personaggi ricalcano chiaramente quelli de “La Rosa di Bagdad” (al punto che è inutile parlare dell’omonimia del Villain).

Anche Jasmine ricorda vagamente Zeila (da: Aladdin) – fonte: google

La narrazione è smorzata da molte gag e macchiette sui personaggi, che forse a qualcuno potrebbero risultare ridondanti ma che, in definitiva, sono molto utili ai fini della caratterizzazione dell’universo. Lo spettatore viene catapultato in un mondo che sembra un sogno, una visione. Complice anche lo stile di disegno che, a cavallo tra il naif e quel che oggi ci sembra vintage, ci regala un’esperienza visiva decisamente notevole.

Qualche altro commento su La Rosa di Badgad:

“La Rosa di Bagdad” è una storia che riesce a scorrere lineare, in perfetto equilibrio tra comicità e tensione drammatica.

Segnalo i fondali dell’artista Libico Maraja che non solo ci allietano la vista (sono veramente stupendi) ma ci aiutano nell’immersione totale e profonda nell’ambiente fiabesco di questo sogno Mediorientale. Il disegno è fluido (anche se non si può dire lo stesso dell’animazione) e morbido, e la caratterizzazione etnica è dosata al punto giusto senza lasciare quel retrogusto caricaturale che ci si aspetterebbe da un progetto italiano degli anni Quaranta.

Libico Maraja nei fondali di “La Rosa di Bagdad” – fonte: google

Anche al livello di narrazione ci possiamo immergere in momenti veramente intensi: le atmosfere macabre e spaventose nella sequenza di Amin che viene rapito o il sacrificio della gazza ladra Calina vi faranno spaventare e piangere come fecero alcuni classici Disney (penso a Bambi o Dumbo).

In definitiva:

Siamo davanti ad una storia di amore ed eroismo, che ci catapulta in un mondo lontano nel tempo e lontano nello spazio. Questo mondo lontano è poi sfondo di avventura e grandi ideali: in un certo senso mi ricorda un altro classico dell’animazione per i cuori più teneri e nostalgici: La leggenda del Serpente Bianco.

La Leggenda del Serpente Bianco – fonte: google

Insomma, recuperare questo classico dell’animazione nostrana è un consiglio che do a voi tutti. Un ottimo lavoro made in Italy, che sebbene abbia qualche decennio non risulta minimamente “datato“. Raccomandata la visione, per scaldare il cuore in un momento di tensione come quello attuale con valori di amicizia, solidarietà e amore.

IL CINEMA DI METROPOLITAN MAGAZINE.

Per saperne di più su MMI seguici qui.
ANCHE SU
FACEBOOK
INSTAGRAM

© RIPRODUZIONE RISERVATA