Con “La sagra della primavera” parliamo di un balletto sicuramente molto lontano dai precedenti affrontati all’interno di questa rubrica, “Giselle” e “Il lago dei cigni“. È lontano innanzi tutto perché diametralmente opposto rispetto ai canoni del balletto classico dell’800, ma anche per tecnica, trama e costumi. Le ballerine infatti non indossano scarpette da punta ma da mezza-punta e non utilizzano posizioni en dehor ma solo gambe in parallelo. Nel 2020 questo potrebbe non rappresentare una grande novità per uno spettatore a teatro ma nel 1913, anno della prima messa in scena del balletto, lo fu e come. Non solo fu una novità, ma creò grande scandalo tra il pubblico.

Colui che diede così grande scandalo all’epoca fu, ovviamente, uno dei coreografi più geniali ed eccentrici del ‘900: Vaslav Nijinsky. Quando Nijinsky creò La sagra faceva parte della compagnia dei Ballet Russes di Diaghilev e fu per l’epoca un grandissimo innovatore della danza. Egli rinnovò il linguaggio artistico del balletto staccandosi dai canoni classici dell’800, nonostante lui stesso fosse un grande ballerino classico proveniente dal Teatro Mariinskij di San Pietroburgo. Anche la musica per Nijinsky fu motivo di innovazione, egli scelse infatti di utilizzare la partitura anti-ballettistica di Stravinskij.

La sagra della primavera di Nijinsky

Un estratto video della Sagra della primavera di Nijinsky – Ricostruzione di Millicent Hodson (1987)

Per la realizzazione della Sagra, Nijinsky recupera una vecchia cerimonia religiosa slava in cui veniva rappresentato un rito primitivo della fertilità. Il rito prevedeva che una fanciulla venisse alla fine sacrificata per il risorgere della nuova stagione. La coreografia ideata da Nijinsky non era solo lontana dai canoni del balletto classico, ma anche molto difficile da interpretare per i danzatori in scena. Era la prima volta infatti che veniva chiesto loro di fare dei salti in en dedans e cadere in disequilibrio, facendosi addirittura male. Il coreografo stesso diceva alla sorella, che doveva interpretare la vergine sacrificata, di rappresentare la morte soffrendo veramente nell’atterraggio dei salti.

La Sagra della primavera di Nijinsky - Photo Credit: www.mariinsky.ru
Un momento della Sagra della primavera di Nijinsky – Photo Credit: www.mariinsky.ru

I movimenti creati da Nijinsky erano completamente nuovi per gli standard dell’epoca, si parla infatti di poliritmia e di disarticolazione del corpo. I danzatori dovevano eseguire gesti selvaggi e privi di grazia, per i quali si parlò addirittura di “massacro del balletto classico”. Gli arti del corpo venivano quasi lanciati, tornavano indietro pesantemente e non erano assolutamente controllati come nel balletto classico. Nonostante ciò, la Sagra che fece scandalo all’epoca venne successivamente apprezzata dal pubblico e accolta da molti coreografi che ne proposero svariate versioni.

La versione di Maurice Bejart

La sagra della primavera di Bejart

Già solo osservando il breve filmato della Sagra di Bejart si può notare come essa sia estremamente differente rispetto a quella di Nijinsky. Il coreografo francese infatti ne crea una sua versione spogliata dei fastosi costumi precendenti e vestendo i danzatori solo di una calzamaglia. Questo rifacimento, andato in scena nel 1959, propone una danza d’impianto accademico che utilizza il rito di Nijinsky solo come metafora dell’accoppiamento umano tra uomo e donna. La Sagra di Bejart guadagnò un così grande successo che numerosi coreografi decisero grazie a lui di approcciarsi ad una coreografia che prima veniva considerata un “fiasco”.

“L’amore umano, nel suo aspetto fisico, simbolizza l’atto stesso con il quale la divinità crea il Cosmo e la gioia che ne ricava. – diceva Bejart – Che questo balletto sia dunque spogliato di ogni artificio del pittoresco, inno di quell’unione dell’Uomo e della Donna nel più profondo della loro carne, unione del Cielo e della Terra, danza di vita o di morte, eterna come la primavera!”

La versione di Pina Baush

Un estratto della Sagra della primavera di Pina Baush

La versione della Sagra della primavera di Pina Baush, creata nel 1975, è anch’essa estremamente diversa sia da quella di Nijinsky che di Bejart. Qui i danzatori si muovono su un palcoscenico pieno di terra in cui è presente un vestito rosso, ovviamente l’abito che decreterà l’eletta. Durante la performance le ragazze presenti in scena raccolgono e si passano di mano in mano il simbolico vestito come fossero tutte partecipi del sacrificio. Il dualismo uomo/donna assume nella coreografia della Baush un significato particolare, in cui le donne sembrano subire su di loro la preponderanza maschile.

La sagra della primavera di Pina Baush - Photo Credit: www.operadeparis.fr
Un momento de La sagra della primavera di Pina Baush – Photo Credit: www.operadeparis.fr

Ovviamente La sagra ha avuto numerosi altri rifacimenti dei più svariati coreografi, tra cui Kenneth MacMillan, Hans van Manen e Jean Christophe Maillot. L’intento in questo caso era quello di mostrare quelli che sicuramente hanno fatto la storia di un balletto che altrimenti sarebbe stato, purtroppo, dimenticato.

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