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San Antonio Spurs, il futuro parte da Orlando?

Niente di più, niente di meno. Esattamente come le aspettative da porre sui San Antonio Spurs in vista della ripresa della NBA. L’obiettivo playoff, a meno di clamorosi exploit, dovrebbe rimanere un piacevole sogno. Difficilmente si tramuterà in realtà. Non c’è neanche voglia di illudersi. Questo “soggiorno” a Disney World verrà molto probabilmente vissuto come un buon banco di prova per riflettere in vista del futuro. Sotto questo aspetto può quindi rivelarsi un’ottima occasione. C’è soltanto però un “piccolissimo” dettaglio ad intralciare questa opportunità: San Antonio è pronta per chiudere col passato? Ma soprattutto, quale strada ha in mente di percorrere Gregg Popovich?

San Antonio Spurs, una franchigia conservatrice

Gli Spurs sono nel loro anno zero, anzi -1. Sarebbe sbagliato considerare questa stagione come un nuovo inizio. Il passo indietro è fin troppo evidente. Gli Spurs, dopo 23 anni, rischiano di assistere alla postseason soltanto dalla televisione. Esiste ancora la minima possibilità di qualificarsi, ma persino il Pop sembra aver mollato la presa. Tanto che non mostra alcun imbarazzo ad ammettere che l’obiettivo playoff è ormai secondario. Ad oggi risulta infatti centrale concentrarsi sulla crescita dei “garzoni” che compongono il roster texano. Quanto però può essere difficile progettare una rivoluzione quando ci si ritrova nella franchigia più conservatrice della lega?

San Antonio Spurs
Gregg Popovich, 5 titoli NBA alla guida degli Spurs (Getty Images)

Manu Ginobili, Tim Duncan e Tony Parker non giocano più, eppure non tutti a San Antonio sembrano essersene accorti. L’impressione è che latiti un progetto realistico per rifondare una franchigia così segnata da un passato che, per quanto recente, non può coesistere con la stretta attualità. Appena all’orizzonte si è intravista la possibilità di sedersi ci si è seduti eccome, guardando da spettatori le recenti evoluzioni della lega. Sì, perché i problemi degli Spurs non sono soltanto dettati dalla poca lungimiranza verso un, per quanto doloroso, ricambio generazionale, ma anche per via di un mancato step in avanti sul gioco. La pallacanestro di San Antonio è infatti rimasta in una stasi che ha reso ancora più complicato un nuovo inizio. Se il tiro da 3 è ormai la fonte principale di attacco delle franchigie top, a San Antonio prevale ancora una visione “old school”, fondata sul dominare sotto canestro.

Orlando come seconda chance

Per San Antonio è il peggior momento dalla metà degli anni ’80 e la sensazione è che questa permanenza nel limbo della NBA non sarà di breve durata. Le grane nascono anche dallo scontro con la tradizione e visto che Pop sembra al suo interno sguazzarci benissimo, ci vorrà tanta pazienza. Fino all’interruzione della stagione gli Spurs soffrivano come non mai in difesa, tanto da alloggiare nelle ultime posizioni per quanto riguarda i punti concessi. Alcuni elementi sono stati però deludenti. Sarà quindi curioso vedere se ci sia stato qualche aggiustamento in questi termini. Ad Orlando servirà il supporto dei veterani. Demar DeRozan, ai ferri corti con gli Spurs, è uno di quelli chiamati a dare di più visto il netto calo rispetto alla scorsa stagione. Chissà poi quale sarà l’apporto da qui al termine della regular season di Marco Belinelli.

Marco Belinelli, un anello in carriera conquistato con gli Spurs nel 2014 (Getty Images)

Il Beli quest’anno ha perso un po’ di posizioni nelle gerarchie del roster texano. In questa stagione la sua media punti si è dimezzata. Vedremo se avrà la possibilità di rifarsi. Ad Orlando mancherà Tim Duncan, che da assistente del Pop avrebbe svolto il ruolo da collante tra vecchio e nuovo. Una figura della sua personalità sarebbe servita eccome in questo instabile momento in casa Spurs. Sono però più preoccupanti le assenze nel roster. A Disney World mancherà LaMarcus Aldridge, dopo l’infortunio alla spalla destra e la successiva operazione. Dà forfait anche Trey Lyles, colpito dall’appendicite.

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