La paradossale mail che ha fatto saltare il segretario del Garante: Fanizza chiese di violare la privacy dei dipendenti.
Le dimissioni del segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali, Angelo Fanizza, non hanno una motivazione ufficiale. Ma la causa è chiara: una richiesta formale, inviata via PEC il 4 novembre, con cui Fanizza chiedeva al dirigente della sicurezza informatica, Cosimo Comella, di acquisire una quantità massiccia di dati personali dei circa 200 dipendenti del Garante.
La mail arriva due giorni dopo la puntata di Report che aveva messo in luce possibili conflitti di interesse dell’Autorità e la sua vicinanza al governo. E la richiesta contiene elementi che la rendono già di per sé anomala: Fanizza domandava di raccogliere email, accessi alle cartelle condivise, sistemi documentali, log di sicurezza, per poi archiviare tutto “su uno o più DVD”. Alla fine della comunicazione aggiungeva che la richiesta doveva restare “riservata e interpersonale”.
La risposta di Comella: un rifiuto netto, tecnico e costituzionale
La replica di Cosimo Comella (inviata il 5 novembre, mentre era in ferie in Australia) è diventata immediatamente un documento centrale nel caso. Non solo respinge la richiesta, ma la smonta pezzo per pezzo, spiegando perché sarebbe, nell’ordine: una violazione delle norme dello stesso Garante; una violazione della Costituzione (libertà e segretezza della corrispondenza); un atto possibile solo su ordine dell’autorità giudiziaria; un rischio reputazionale enorme per l’istituzione.
Chapeau. Ma non basta. Comella ricorda che l’operazione sarebbe materialmente impossibile: servirebbero “20.000 DVD-R” e circa “4.000 ore di lavoro”, cioè un anno e mezzo di un tecnico dedicato. Alcuni dati richiesti risalgono addirittura al 2001. In altre parole: la richiesta era illegale, sproporzionata, tecnicamente assurda e formalmente protocollata su carta intestata del Garante.
Un gesto “inspiegabile” che apre un caso politico
Fanizza è un magistrato ed era arrivato al Garante solo a ottobre, su scelta del presidente Pasquale Stanzione. La sua richiesta sorprende per forma e contenuto: non è una conversazione informale, non è un abuso nascosto, ma un atto ufficiale protocollato. Il collegio direttivo ha preso pubblicamente le distanze, ma il punto resta: com’è possibile che il segretario generale del Garante per la privacy chieda formalmente di compiere un atto che viola proprio le norme che l’Autorità deve tutelare?
A rendere la vicenda ancora più delicata c’è il profilo di Comella, che lavora al Garante dal 2000 e che è sposato con Laura Mattarella, figlia del Presidente della Repubblica. Non stupisce che l’assemblea dei dipendenti (colpiti direttamente dalla richiesta) abbia chiesto le dimissioni di tutto il collegio.
Who watches the watchmen?
La vicenda mette a nudo un nodo strutturale: quando un’autorità indipendente viene percepita come vicina al governo, la sua funzione di controllo sul potere esecutivo si indebolisce. In questo vuoto, pratiche diciamo “straordinarie” (come acquisire in blocco le comunicazioni dei dipendenti) diventano improvvisamente pensabili, se non legittime.
Nella Sesta Satira, il poeta romano Giovenale scrive: “quis custodiet ipsos custodes?” rispetto all’ipocrisia morale dell’élite romana. Il verso, da molti definito misogino, nasce dal paradosso dei mariti che mettono custodi a sorvegliare le mogli, ignorando che quei custodi stessi potrebbero essere corrotti, oppure venir sedotti o manipolati. Una parte di critica sostiene che il testo non parli delle donne in sé, ma usi le figure femminili come metafora retorica per attaccare i costumi dell’élite. In ogni caso, l’idea è semplice: se chi controlla è vulnerabile quanto chi viene controllato, la sorveglianza diventa un’illusione.
Ed ecco il paradosso di molte istituzioni nel capitalismo avanzato: l’organismo nato per regolare il potere finisce per esserne assorbito, fino a mettere in discussione e negare la propria stessa missione. Quindi, appare chiaro che il punto non è solo la mail di Fanizza, ma il terreno politico che l’ha resa possibile: un’autorità deviata, esposta, priva della distanza necessaria dal governo al punto che la tutela dei diritti può diventare negoziabile. Perchè quando addirittura il Garante, che è letteralmente l’istituzione chiamata a difendere la privacy, tenta di violarla dall’interno, allora il problema non è un singolo dirigente, ma è la struttura politica all’interno della quale che ciò accade.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





