BRAVE

Siamo brave mamme? Capitolo uno: lavoro e senso di colpa

Le brave mamme, cosa sono? Quanto è coraggioso mostrare il proprio corpo dopo una gravidanza, ricominciare a lavorare senza senso di colpa, ammettere di desiderare di tornare alla propria vita? 

Andiamo per gradi e inziamo a capire se siamo brave mamme partendo dal lavoro…

Sono mamma da tre mesi e seguo con interesse, mentre spingo la neonata sulla sua sdraietta ormai fedele alleata del mio tentativo di non-alienazione post parto, tutto quello che riguarda la mia nuova-vecchia-condizione. ( Sono mamma dopo dodici anni, al primo giro si discuteva meno. Anche questo è un tema, magari sarà il capitolo tre). Dal dibattito sul mostrare o meno il corpo delle neo mamme (sarà il capitolo due, preparatevi), alle ultime considerazioni di Chiara Ferragni. L’imprenditrice digitale, sdogana il senso di colpa che ci viene indotto quando dobbiamo ricominciare a lavorare subito dopo un figlio. “Qualsiasi donna io conosca è preoccupata dal non essere una brava madre perchè lavora mentre cresce suo figlio”, confida in una storia su instagram mentre si trova a Cannes per lavoro.

Ha gli occhi lucidi perché nella storia precedente ha ammesso che le mancano i suoi bambini. E come non riconoscersi in quelle parole…

La nostalgia è naturale, il senso di colpa è indotto

La nostalgia dei figli, soprattutto se piccoli, quando siamo fuori per lavoro, attanaglia tutte. E’ facile per una società ancora patriarcale lavorare su questo sentimento di base sano e farlo diventare senso di colpa, disagio, desiderio di mollare tutto… 

La retorica del “tanto vale”

Quante volte, anche noi brave mamme, ci siamo sentite dire frasi tipo : che lo fai a fare se usi quasi tutto lo stipendio per pagare una baby sitter. Tanto vale…

Essere donne ci pone nella condizione di avere meno possibilità di essere assunte (nonostante livelli di studio e competenze migliori), di avere stipendi più bassi e possibilità di licenziamento maggiori (mobbing)… Quindi, tanto vale…

Lavorare e avere dei figli in Italia è un’ impresa più impresa del creare un’impresa. Si diventa equilibriste tra la gestione degli impegni lavorativi, le malattie dei figli, le riunioni a scuola, gli scioperi, gli allenamenti sportivi, le visite mediche, l’organizzazione dei grandi eventi di famiglia, SENZA permessi né ferie straordinarie dedicate esclusivamente ai genitori , e SENZA uno stipendio adeguato al numero di figli avuto… Quindi ? Ripetiamo in coro come un tormentone di Zelig: tanto vale…

Ma se è così faticoso, perchè noi brave mamme scegliamo di lavorare?

Cosa ci spinge (come nel mio caso) a mandare l’ultima mail sulla soglia della sala operatoria il giorno del parto o a cercare di conciliare maternità e cambio di vita? (Sì, sono sempre io).

Lo facciamo perchè non lo consideriamo una scelta, non crediamo che fare un figlio coincida con scegliere di non lavorare perchè non lavorare non è un’opzione per la nostra natura. 

Il primo oggetto che ho comprato da neo mamma è stato un porta cellulare da attaccare al passeggino per controllare le mail durante le passeggiate e in questo momento ho una contemporaneità di movimenti che in confronto la dea Kalì è una con l’artrosi pur di finire questo articolo consolando la mia bambina che si è appena svegliata ( Sì, è un pallido tentativo di fishing for compliments in caso ci fossero refusi sfuggiti alla tentacolare creatività della sottoscritta).

Lo smart working è davvero un aiuto per le mamme lavoratrici?

“Adesso con lo smart working è più facile, no?” Altra teoria bislacca. No. Lo smart working e l’home working stanno diventando pericolosi perchè se non regolamentati possono portare le mamme lavoratrici ad avere ancora più sensi di colpa. Lavoro da casa quindi posso farlo anche con mio figlio che gioca sulla sdraietta o piazzarlo davanti alla tv mentre faccio una call su zoom. Sì certo lo facciamo tutte, ma anche questo è un’ennesimo compromesso a cui scendiamo per lavorare, per paura di essere rimpiazzate.

Come si può combattere il senso di colpa di cui parla la Ferragni?

Sono convinta che senza un aiuto sostanziale alle donne che lavorano non cambierà nulla, ben venga la Ferragni che solleva le questioni ma sono la politica, le istituzioni e chi scegliamo per rappresentarci che devono fare qualcosa. Ci vuole un piano di sostegno alle famiglie (un compagno che divida con noi la crescita di un figlio è indispensabile ma non basta) e sopratutto una prresa di coscenza del fatto che il lavoro delle donne è un problema di TUTTI non solo delle donne. E’ una battaglia di genere che deve essere condivisa, perché è il cardine su cui si fonda il cabiamento sociale di cui la nostra società ha bisogno.

Ricordiamoci che a volte è proprio il lavoro a ricaricarci e ci permette di affrontare tutto il resto in modo più sereno, con meno fatica e senza andare in burnout ad ogni minima richiesta dei nostri bambini. Non sempre tutto si risolve con una giornata alla Spa o lo shopping con le amiche.  ( anche su questo ci sarebbe da parlare. Capitolo quattro?). Il benessere e la pace con noi stesse in certi casi,  può darla sopratutto il lavoro. Purché sia voluto, interessante, soddisfacente e soprattutto gestito in piena conciliazione con i tempi della famiglia.

Dedico questo articolo a mia sorella che dopo qualche anno e due figli ha ricominciato a lavorare. Che il senso di colpa non sia con te, Sister!

Milavagante

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