Il 14 aprile 1986 moriva Simone de Beauvoir, una delle femministe più lucide e preziose del Novecento. Filosofa, scrittrice, militante e incredibile pioniera del pensiero femminista, de Beauvoir ha lasciato un’eredità incalcolabile. Il suo libro “Il secondo sesso” è una lettura imprescindibile e ancora oggi continua a interrogare, ispirare, a volte dividere. A 39 anni dalla sua scomparsa, è il momento di tornare a leggere davvero le sue opera, al di là di qualsiasi semplificazione.
Un accenno alla vita di Simone de Beauvoir
Nata a Parigi nel 1908 in una famiglia a conti fatti borghese, Simone de Beauvoir fu una studentessa precoce e brillante. A soli 21 anni fu la più giovane a superare l’agrégation in filosofia, classificandosi seconda dopo Jean-Paul Sartre, con cui instaurò un legame intellettuale e sentimentale che avrebbe poi segnato le vite entrambi. Da questo evento curioso e un po’ romantico inizia la loro relazione, libera, non convenzionale, diciamo anche un laboratorio esistenziale e politico: un patto di “amore necessario” che si fondava su un confronto costante tra pensiero e vita. De Beauvoir rifiutò i ruoli imposti alle donne del suo tempo: non si sposò, non ebbe una relazione “tradizionale” e non ebbe figli. Piuttosto viaggiò, insegnò, amò uomini quanto amò donne, e – per fortuna – scrisse.
Il secondo sesso si collocherà in una posizione critica rispetto sia al femminismo della differenza sia a quello materialista. De Beauvoir rifiuta l’idea di una “natura femminile” intrinseca ed essenziale, sostenendo che la femminilità è una costruzione sociale imposta alle donne attraverso l’educazione e le aspettative culturali. Questa posizione la distinguerà in maniera inedita dal femminismo della differenza, che valorizza le specificità femminili come fonte di identità e potere.
Allo stesso tempo però, de Beauvoir critica il materialismo storico per la sua riduzione dell’oppressione femminile a mere dinamiche economiche, sottolineando l’importanza delle dimensioni simboliche e culturali nell’analisi della subordinazione delle donne. In questo senso, la sua opera anticipa approcci intersezionali in maniera spaventosamente avanguardistica e lucida. Il libro per la prima volta osserva la molteplicità dei fattori (economici, culturali, simbolici) che contribuiscono all’oppressione di genere. Per la prima volta, l’ordine simbolico che opprime “l’altro sesso” ha un nome: Patriarcato.
Simone De Beauvoir anticipa di vent’anni le riflessioni del movimento
Quando Simone de Beauvoir pubblica Il secondo sesso nel 1949, il mondo non è pronto. Il libro ha una potenza filosofica, politica e culturale inaudita, in quanto infrange uno dei dogmi più resistenti della modernità occidentale. Con letteralmente almeno due decenni d’anticipo, propone nel movimento l’idea che esista la “natura” femminile. Forse a noi può sembrare banale, ma con la celebre frase “Non si nasce donna: lo si diventa”, de Beauvoir apre un fronte che non è solo esistenziale, ma epistemico, sociale, materiale. L’identità femminile, dice, è una costruzione. E quella costruzione è uno strumento di oppressione che adduce un significato ai nostri corpi. La “donna” è la concettualizzazione dell’alterità, storicamente subordinata, definita sempre in relazione all’Uno (che si dice neutro, ma le fattezze di un uomo), che occupa il posto del Soggetto universale.
Il secondo sesso non è solo un manifesto ideologico. È un’analisi chirurgica e trasversale, che attraversa la biologia, la psicoanalisi, la storia, la letteratura, la quotidianità. Il suo punto di vista è radicato nell’esistenzialismo: ogni essere umano è gettato nel mondo. Ma la donna, quando viene gettata nella vita, non viene riconosciuta come soggetto, viene “costruita” come Altro. L’uomo è il modello, il centro; la donna, la deviazione, l’eccezione, l’appendice. L’uomo la ragione, la donna il corpo. Ed è proprio questa sua “corporeità” a renderla umana “in modo diverso”. Il maschile si spaccia per neutro, per universale, mentre il femminile resta marcato, anomalo, invisibile.
L’eterosessualità normativa come matrice che produce i generi
Nel suo esame della condizione femminile, de Beauvoir analizza come l’eterosessualità normativa contribuisca potentemente alla costruzione dei ruoli di genere. Ella osserva che la società assegna alle donne un ruolo passivo e subordinato, definendole unicamente in funzione degli uomini (come mogli, madri, oggetti del desiderio) e mai come soggetti autonomi. Questa costruzione non è naturale, ma profondamente culturale: è la donna che diventa “Altro”, cioè ciò che non è l’Uomo, che resta il soggetto neutro, universale, e al tempo stesso dominatore.
Proseguendo su questa linea, autrici successive come Monique Wittig e Adrienne Rich radicalizzano la critica di de Beauvoir, portando il discorso su un piano apertamente politico e strutturale. Wittig, nel celebre saggio One Is Not Born a Woman, scrive che “la donna” non esiste come categoria naturale, ma è un prodotto del regime eterosessuale, che crea artificialmente due generi per mantenere una relazione di dominio. Secondo Wittig, l’eterosessualità non è una pratica sessuale ma un regime politico, che assegna ruoli di classe: l’uomo come soggetto dominante, la donna come forza lavoro e oggetto sessuale. In questo senso, il lesbismo è per lei una forma di resistenza radicale, un modo per uscire dal sistema di oppressione di genere stesso.
Anche Rich, in Eterosessualità obbligatoria e esistenza lesbica, contesta l’idea che l’eterosessualità sia una scelta individuale. Per Rich, si tratta invece di un dispositivo sociale e culturale imposto, che struttura l’intera società e determina le possibilità di vita, desiderio e affermazione per le donne. L’esistenza lesbica, allora, non è soltanto un orientamento sessuale, ma un gesto politico e sovversivo che rifiuta il sistema patriarcale in sé. Così, attraverso un filo teorico che parte da de Beauvoir e passa per le voci femministe radicali della seconda ondata, emerge una critica profonda al modo in cui il genere e l’orientamento sessuale vengono costruiti e regolati per mantenere l’ordine sociale. L’eterosessualità normativa non è neutra né naturale, ma una delle colonne portanti del sistema di oppressione di genere.
Il secondo sesso di Simone de Beauvoir è un testo letteralmente imprescindibile, rivoluzionario
De Beauvoir non è interessata a difendere un’essenza femminile: non propone una contro-natura o un’identità “altra” da riscoprire. Al contrario, apre il campo a quello che oggi chiameremmo costruttivismo: mostra come la differenza sessuale sia letta, codificata, interpretata dalla cultura, e come proprio questa lettura abbia creato le strutture del dominio patriarcale. In questo senso anticipa molte delle intuizioni che saranno poi approfondite da autrici post-strutturaliste come Monique Wittig, Judith Butler, Gayatri Spivak. Ma lo fa da una posizione esistenzialista, in cui l’autonomia del soggetto resta centrale: la donna deve riconoscersi come soggetto, non accontentarsi di essere “amata”, “protetta”, “definita” da qualcun altro.
Con questo libro, de Beauvoir mette in crisi l’intero impianto filosofico occidentale: dalla metafisica del soggetto, alla neutralità presunta del sapere, al linguaggio stesso che nomina e ordina il mondo. L’oppressione delle donne non è un fatto privato né accidentale: è un sistema. E lei lo svela, senza giri di parole. Nonostante le critiche ricevute (spesso da chi ne aveva letto solo alcune pagine), Il secondo sesso diventa un testo imprescindibile per la seconda ondata femminista, e lo resta ancora oggi. La sua forza sta proprio nella complessità: de Beauvoir non offre ricette facili, ma strumenti per pensare. E soprattutto per disobbedire. Ci vorrebbero più Simone de Beauvoir nel movimento.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





