La Siria post- Assad è una nazione divisa tra speranze e nuove incognite: ecco come orientarsi, per quanto possibile.

La caduta di Bashar al-Assad, in fuga a Mosca, chiude un capitolo lungo 54 anni di regime ma apre un futuro pieno di incertezze. Il potere è ora nelle mani di Abu Mohammad al-Jolani e della coalizione ribelle Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Tuttavia, la Siria è ancora al centro di tensioni geopolitiche, con attori regionali e internazionali pronti a influenzarne il destino.

Siria: la caduta di Assad e la fuga a Mosca

Dopo 13 anni di guerra civile, Bashar al-Assad ha lasciato la Siria sotto la pressione di una coalizione ribelle guidata da HTS, una milizia islamista con radici jihadiste. Assad e la sua famiglia si sono rifugiati in Russia grazie al supporto del Cremlino. Questo evento segna la fine del regime al-Assad, che per oltre mezzo secolo ha governato la Siria con pugno di ferro.

La bandiera dell’opposizione siriana con le tre stelle rosse ora sventola sull’ambasciata siriana a Mosca, un simbolo della transizione di potere. Tuttavia, la situazione nel Paese resta instabile: Muhammad al-Bashir è stato incaricato di guidare un governo di transizione, con l’obiettivo di evitare il caos e definire un futuro politico per la Siria.

Non solo la Siria di Assad: HTS e un futuro sotto il controllo di al-Jolani

Abu Mohammad al-Jolani, leader di HTS, è al centro del nuovo corso politico della Siria. Con un passato legato ad Al Qaeda e all’ISIS, al-Jolani cerca ora di riposizionarsi come leader islamista moderato. Promette il rispetto delle minoranze religiose e dei diritti delle donne, ma molti analisti mettono in dubbio la sincerità di queste dichiarazioni.

Secondo Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medio Oriente, HTS rappresenta un’incognita. “La caduta di Assad offre una speranza per il popolo siriano, ma il rischio che HTS scivoli verso il jihadismo radicale è alto“, avverte. Inoltre, la liberazione delle carceri del regime, come quella di Sednaya, ha aperto una fase di incertezza: migliaia di prigionieri politici e criminali comuni sono tornati in libertà, aggravando il rischio di disordini.

Le sfide sul terreno: Turchia, curdi e Israele

La Turchia, attraverso il sostegno all’Esercito Libero Siriano, ha conquistato la città di Manbij, strappandola alle forze curde YPG. Questo successo segna un cambio di equilibri nel nord della Siria e riduce l’influenza del confederalismo democratico promosso dal Rojava. Erdogan ha richiesto un governo inclusivo, ma il suo obiettivo principale rimane la limitazione dell’autonomia curda.

Israele ha approfittato del caos in Siria per penetrare nella zona demilitarizzata del monte Hermon e consolidare la propria posizione nelle Alture del Golan. Tel Aviv ha colpito presunti obiettivi strategici iraniani, prevenendo che armi chimiche e missili finissero nelle mani dei jihadisti. Benjamin Netanyahu ha giustificato l’intervento come una misura per proteggere la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini.

Con la perdita di Manbij, i curdi del Rojava vedono ridotta la loro influenza a ovest dell’Eufrate. La popolazione araba locale avrebbe collaborato con l’Esercito Libero Siriano per liberare la città, segnando un’ulteriore frattura etnica.

La risposta internazionale: tra cautela e interessi strategici

In europa la reazione è stata pragmatica e difensiva. Italia, Germania, Austria, Svezia e Grecia hanno sospeso le procedure di asilo per i cittadini siriani, temendo infiltrazioni jihadiste. Tuttavia, la caduta del regime di Assad ha spinto migliaia di rifugiati a tornare nei territori liberati, creando lunghe code al confine tra Siria e Turchia.

Washington ha colpito 75 obiettivi legati all’ISIS per impedire una sua rinascita. Antony Blinken, segretario di Stato, ha dichiarato che gli Stati Uniti sostengono una transizione pacifica in Siria, sottolineando la necessità di preservare le istituzioni statali e di garantire i diritti umani. L’uscita di scena di Assad è una perdita significativa per Iran e Russia, tradizionali alleati del regime. Entrambi i Paesi hanno aperto canali di comunicazione con HTS, segnalando un cambio di strategia per preservare una minima influenza in Siria.

La sfida del governo e il futuro della Siria dopo Assad

La Siria post-Assad resta un terreno di conflitto e incertezza. HTS dispone di circa 25.000 uomini armati, insufficienti per controllare l’intero Paese. Al-Jolani dovrà cercare alleanze con altre milizie e riorganizzare le istituzioni per evitare il collasso. Tuttavia, la convivenza tra le diverse anime del Paese – dai curdi ai ribelli islamisti – sembra difficile.

Un altro rischio è che HTS possa sfruttare il malgoverno e il caos per cercare valvole di sfogo esterne, come l’ostilità verso Israele e l’Occidente. La capacità di al-Jolani di garantire sicurezza, servizi essenziali e stabilità sarà il vero test per il nuovo corso della Siria.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine