Cosa sapere sulla Siria oggi, con un nuovo gruppo jihadista a Damasco. Domenica 22 giugno, quartiere cristiano di Dwel’a, Padre Iohannes stava celebrando la messa nella chiesa di Mar Elias quando un uomo armato ha fatto irruzione. Ha aperto il fuoco sui fedeli, ha tentato di lanciare una granata (rimasta inesplosa) e si è fatto esplodere. Cinquantuno secondi: 25 morti, 60 feriti, un Cristo mutilato, un pavimento squarciato.
L’attacco non è stato rivendicato dallo Stato Islamico. O almeno, non formalmente. A intestarselo due giorni dopo è stato Saraya Ansar al Sunna: un nuovo nome, la stessa logica. Si definiscono “battaglione dei partigiani della Sunna”, con mire jihadiste dichiarate. Sul loro canale Telegram, ora chiuso, avevano già firmato stragi contro la minoranza alawita. Cioè, quella che per decenni ha garantito la base di potere di Bashar al Assad.
Ex jihadisti al governo in Siria? Ma è nell’ombra la vera forza jihadista
Come ricostruisce Aymenn al Tamimi, Saraya Ansar al Sunna non nasce dal nulla. Le sue cellule segrete reclutavano attentatori quando la guerra civile era ancora nel pieno, come ramo clandestino di Hayat Tahrir al Sham: la fazione jihadista che — con il sostegno silenzioso di varie potenze occidentali — ha finito per ereditare i palazzi di Damasco. Oggi Ahmad al Sharaa, ex comandante di Hayat Tahrir al Sham, è presidente ad interim di una Siria “moderata” — o almeno così viene presentata a chi, in Occidente, ha fretta di archiviare Assad e la sua resistenza.
Ma chi sperava in una pacificazione ora scopre che le vecchie cellule non si sciolgono per decreto. Il nuovo governo, benedetto dall’intelligence statunitense, è costretto a inseguire schegge jihadiste che conoscono dall’interno i corridoi del potere.
è lei o non è lei?
Saraya Ansar al Sunna nega di essere legato allo Stato Islamico. Ma la propaganda, la retorica, persino la grafica delle rivendicazioni dicono altro. Non sarebbe la prima volta che l’ISIS ricicla sigle, lasciando fare il lavoro sporco a milizie parallele pronte a rientrare nei ranghi quando conviene. Così fece Jabhat al Nusra all’inizio della guerra: ufficialmente indipendente, di fatto incubatrice del progetto siriano di al Baghdadi.
Intanto, l’intelligence di Damasco — composta dagli stessi uomini che fino a ieri figuravano nelle black list di Washington — lavora ora fianco a fianco con la CIA per “stanare” nuove cellule. Una convergenza tattica che finora ha fermato alcuni attacchi, ma non ha impedito la strage di Mar Elias. Segno che l’ennesima guerra di droni e informatori non basterà a chiudere la partita.
La Siria? Jihadista o no, di certo non è pacificata
Nel quartiere di Dwel’a, intanto, si rattoppano finestre sventrate e pavimenti crivellati, mentre l’ambasciata statunitense fa arrivare corone di fiori per i morti. Ma sotto la superficie si muove un jihadismo mutante, pronto a cambiare sigla e padrini ogni volta che la “stabilità” decisa a tavolino non regge.
E se c’è una lezione (anche per chi in Europa applaude a nuove mappe di potere in Medio Oriente) è questa: la Siria di oggi non è affatto pacificata. Semplicemente, combatte la stessa guerra di sempre, ma sotto nomi diversi. E sotto l’occhio complice di chi, da decenni, brandisce la retorica della cosiddetta “esportazione della democrazia” come scudo per garantire solo i propri interessi.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





