La magistratura irachena ha avviato le indagini su 1.387 membri dell’ISIS, trasferiti nelle prigioni dell’Iraq dalla Siria, dopo la riconquista, da parte del governo di quest’ultimo, dei territori fino ad allora controllati dai curdi. Ha garantito che le indagini «rispetteranno le leggi nazionali e gli standard internazionali».
Fino a poco tempo fa, i curdi controllavano la regione, il Rojava, in maniera autonoma. L’accordo per il cessate il fuoco raggiunto a metà gennaio con il nuovo governo siriano di Ahmed al Sharaa ha poi portato allo scioglimento delle forze curde, e alla cessione delle prigioni e degli ex combattenti dell’ISIS, molti dei quali sono on seguito stati trasferiti in Iraq, unico Paese ad aver accettato di ospitarli.
Prima del trasferimento in Iraq, i combattenti dell’ISIS hanno trascorso anni nelle prigioni in Siria, senza contatti con l’esterno
Tra il 2014 e il 2019, lo Stato Islamico dominava e gestiva diverse aree dei due Paesi, con l’aiuto dei combattenti stranieri. I curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) lo avevano combattuto e avevano ottenuto l’autonomia di diverse zone. Dopo la sconfitta dell’ISIS, migliaia di miliziani e di loro familiari erano finiti nelle prigioni e nei campi di detenzione.
Nessuno di loro ha mai potuto affrontare un regolare processo, e quasi nessuno ha avuto contatti con l’esterno negli ultimi sei anni. La maggior parte dei detenuti, che includono anche molti minori e ragazzi di giovane età, vivono in un ambiente ancora regolato dalla dottrina dello Stato Islamico.
Federica Checchia




