Stasera in tv: il bianco e il nero di “American History X”

Era il 1998 quando uscì nelle sale cinematografiche American History X, film diretto da Tony Kaye, regista britannico di famiglia ebrea ortodossa. Purtroppo, più di vent’anni dopo il mondo dimostra di aver ancora bisogno di film di questo tipo. Il cast di tutto rispetto, tra cui spiccano i nomi di Elliot Gould, Stacy Keach, Edward Furlong, Fairuza Balk e Avery Brooks, affianca il protagonista Edward Norton. American History X si pone come obiettivo di trama raccontare il quotidiano scontro tra “bianchi” e “neri” con particolare focus alla realtà degli skinhead e del movimento neonazista in America.

American History X: una storia vera

La storia segue le vicende di due fratelli, Derek (Edward Norton) e Denny (Edward Furlong). Il primo, il maggiore, è una sorta di guida spirituale del gruppo di skinhead della città. Nei primi minuti Derek finisce in prigione in una delle scene più iconiche e crude del film, adulato come un eroe dal suo gruppo e da Denny, che in sua assenza inizia a seguirne le orme pericolose. Soggetto e sceneggiatura portano la firma di David McKenna, diventato famoso grazie a questo film. La storia è probabilmente ispirata al libro Autobiography of a Recovering Skinhead di Frank Meeink.

La pellicola a colori si alterna a numerosi flashback in bianco e nero. Già solo la fotografia del film vuole sottolineare il contrasto tra “bianchi” e “neri”, così come la visione del mondo del neonazismo e del razzismo: tutto è da dividere in bianco contro nero. Le musiche non distolgono l’attenzione ma piuttosto aiutano ad incanalarla nelle scene più importanti e significative del film. La colonna sonora firmata da Anne Dudley accompagna le orecchie dello spettatore facendolo scivolare nelle emozioni di Derek.

Derek (Edward Norton) nell'iconica scena di American History X - Photo Credits: Skyrock
Derek (Edward Norton) nell’iconica scena di American History X – Photo Credits: Skyrock

Il neonazismo è la filosofia dell’odio

È un film di narrazione, tuttavia la sua azione è tutt’altro che fiacca e banale. È introspettiva, vuole trasmettere alla mente, far ragionare. La lentezza che può essere percepita negativamente è in realtà un ingrediente fondamentale per far entrare lo spettatore attento nello sviluppo del personaggio di Derek e nella trasformazione di Denny. Aprire gli occhi sugli errori delle proprie convinzioni non è un qualcosa che avviene velocemente, e il ritmo del film rispecchia quelli di Derek e Denny nell’apprendere la verità.

La morale della pellicola è al tempo stesso semplice ma complessa. Il neonazismo è la filosofia dell’odio, e l’odio porta sempre ad altra violenza e distruzione. Odiare chi vediamo diverso da noi risulta naturale: diverso di sesso, religione, orientamento sessuale, colore della pelle. Per quale motivo ci si dovrebbe sforzare di comprendere, empatizzare e mettersi nei panni altrui quando viene spontaneo andare contro quello che per noi non è normale? Perché imparare ad essere pacifici ed accettare il “diverso” significa mettere tutti allo stesso livello, ed esistono persone convinte di essere l’unica opzione giusta. Per Derek e Denny tutto è partito dai discorsi noncuranti e retrogradi del padre durante le tranquille cene in famiglia. Frasi pronunciate con leggerezza e convinzioni errate. È proprio quando colui che i figli vedono come un eroe inizia a parlare di “loro” contro “noi” che inizia ad instillarsi nei ragazzi, ignari, il seme del razzismo. E quei discorsi si sentono ancora oggi, ovunque.

Edward Norton e Edward Furlong in un frame del film - Photo Credits: Film Affinity
Edward Norton e Edward Furlong in un frame del film – Photo Credits: Film Affinity

Una storia in bianco e nero che non fa respirare

Questo è un film di puro messaggio tradotto in scene. Ha l’obiettivo di sensibilizzare e far riflettere sulle incoerenze e le ingiustizie dell’ideologia filorazzista, purtroppo ancora viva nella nostra società. Il regista vuole mettere in guardia su quanto possa essere facile ritrovarsi a pensare in bianco e nero. Si tratta di piccoli gesti quotidiani e apparentemente privi di significato, come rasarsi la testa, farsi influenzare senza ragionare, tatuarsi una svastica sul petto. E lentamente ci si ritrova ad essere complici di un’ideologia sbagliata solo perché qualcuno, lentamente, ci ha abituato a pensarla in quel modo. Dal suo background ebreo ortodosso, Tony Kaye ha voluto usare la lente d’ingrandimento della macchina da presa per soffermarsi su un’altra “razza” vittima del neonazismo, forse perché oggi è quella più schiacciata dalla nebbia della supremazia bianca. American History X getta lo spettatore a suon di pugni nello stomaco in mezzo ad una realtà che non fa respirare.

Suppongo che a questo punto dovrò dirle cos’ho imparato. La conclusione, giusto? Be’, la mia conclusione è che l’odio è una palla al piede: la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati. Non ne vale la pena.

Denny (Edward Furlong) in un frame di American History X - Photo Credits: We Heart It
Denny (Edward Furlong) in un frame di American History X – Photo Credits: We Heart It

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Articolo a cura di Eleonora Chionni

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