Il team Suzuki MotoGP è un mix vincente di teste e culture diverse. Si è già detto quanto di italiano ci sia all’interno della squadra giapponese, dal team manager Davide Brivio ai meccanici; tanto quanto di spagnolo con i piloti Alex Rins e Joan Mir campione in carica. Ma a fare la differenza – dicono da dentro, ma traspare anche da fuori – è una squadra felice. Una sorta di famiglia che è riuscita a lavorare in sintonia. Questa è la parte più difficile: essere capaci di creare una macchina di persone che funzioni. Questo è quello che ha fatto Davide Brivio, quando nel 2015 gli fu affidata dalla casa madre la dirigenza del rientro nelle competizioni in MotoGP. Come ricorderemo, nel 2011 la casa madre dovette annunciare il ritiro dalle corse, probabilmente per gli strascichi della crisi economica del 2008, uniti ai pochi successi della GSV-R. Nell’ultimo anno, infatti, gareggiavano con una sola moto guidata da Alvaro Bautista.

100 anni di Suzuki, 60 anni di racing
Suzuki Racing è una realtà storica. Proprio in questo 2020 hanno festeggiato sia i 100 anni dalla nascita di Suzuki, che inizialmente produceva motori industriali, sia i 60 anni di Suzuki Racing, con l’ingresso nel motomondiale. Con la produzione della prima bici a motore nel 1952 infatti, ben presto entrarono nelle competizioni. Nel 1960 si propongono così nella classe 125, con scarsi risultati; nel 1962 nella classe 50 vincono invece il titolo al primo anno. Poi nel 1973 entrano in classe 500 (la futura MotoGP, dal 2002) e ottengono la prima vittoria del titolo nel 1976 con Barry Sheene. Sedici i titoli vinti nelle tre classi in 60 anni (il 16esimo nel 2020), nei quali la presenza delle moto di Hamamtsu non sempre fu costante e ufficiale: spesso infatti venne affidata a team esterni.

Tempi moderni, la ripartenza da zero di Suzuki in MotoGP
Arriviamo al 2008: la crisi finanziaria mondiale piegò qualsiasi settore. Kawasaki prima e Suzuki poi abbandonarono il motomondiale e per qualche anno in MotoGP gareggiarono solo pochi marchi, spesso con team non ufficiali per riempire la griglia. Anni in cui chi mancava l’opportunità di esperienza e di raccogliere informazioni per migliorare le prestazioni.

Nel 2015 arriva il rientro in MotoGP di Suzuki Racing con Davide Brivio alla guida, a cui i giapponesi di Hamamatsu affidarono le redini del loro team. Davide sostiene che la scelta italiana sia dovuta a una questione di feeling e di bilanciamento. Ai giapponesi servono esuberanza, passione e creatività proprie dei latini, mentre agli italiani (estendiamo ai latini, considerando l’altra fetta spagnola del team) serve la disciplina giapponese.

Il costante miglioramento di Suzuki MotoGP, una moto ora vincente
Questa pausa tra il 2011 e il 2015 ha permesso all’azienda di riorganizzare gli obiettivi e ristudiare una moto vincente. Così dalla GSV-R da 800cc di cilindrata si passa alla GSX-RR da 1000cc che nel frattempo ha dovuto anche riadattarsi al nuovo regolamento. L’obiettivo richiesto a Brivio dalla casa madre per il primo anno era concludere tra i primi sette posti alla fine della stagione, che significava aver ottenuto il minimo miglioramento dall’ultimo anno di gare, il 2011, in cui avevano concluso ottavi.

Questo “miglioramento” non solo dura da ben 6 anni (dal 2015 senza mai scendere sotto il sesto posto), ma è stato portato all’apice nell’anno in corso, grazie al titolo vinto da Joan Mir. A fine 2019, che conta la prima vittoria in MotoGP di Alex Rins e della Suzuki dal 2016, Davide si riteneva soddisfatto dell’anno concluso e fiducioso di essere sulla “strada giusta per il successo”. Visti i risultati attuali, questo 2020 non può che aver ripagato le sue aspettative.

Team satellite sì, team VR46 no… per ora
Un po’ più difficile invece raggiungere la vittoria nella classifica costruttori, svantaggiati dal confronto ad armi impari: è solo uno infatti il team con cui gareggiano, a differenza dei team satellite dei rivali. Non solo uno svantaggio a causa di un minor accumulo di punti, ma anche un deficit nella raccolta di dati, informazioni e parametri da valutare. La MotoGP si appresta anche ad un cambio in vista del 2022, con Ezpeleta che vorrebbe 24 piloti in griglia ripartiti in 6 team ufficiali e 6 indipendenti. Con 6 costruttori iscritti al campionato, ognuno dovrà schierare 4 piloti: due nel team interno e due in quello indipendente.

Queste sono le intenzioni del CEO di Dorna. Assodato ciò, gira nell’aria che Suzuki MotoGP si senta finalmente pronta per un team non ufficiale: non sarà facile per quanto riguarda gli investimenti, ma hanno superato alla grande sfide molto dure e questo non sembra spaventarli. Smentite per ora da un membro del team le voci secondo cui verrebbe associato loro il team VR46, che invece sarà sponsor di Luca Marini in Avintia. Almeno per il 2021, dato che la permanenza di Avintia oltre la prossima stagione non è così sicura.
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Giorgia Capaccioli





