Cronaca

Tamponi in Italia: business da record, ma spesso senza consenso informato

Oggi raccontiamo una storia. Parliamo di Gloria e sua sorella Francesca. Sebbene i due nomi siano di fantasia, la loro è una storia vera. La vicenda è legata a ciò che sta avvenendo oggi in Italia con i tamponi presi ed esaminati da farmacie e laboratori di analisi.

La storia di oggi, infatti, serve per chiederci fino a che punto sia corretto, moralmente, professionalmente e legalmente, quanto sta avvenendo in ogni angolo della penisola. Ovviamente non ovunque avviene ciò che stiamo per riportare. Tuttavia, in un Paese civile, non si dovrebbe precisare l’ovvio. Ma tant’è. Quindi ricordiamo che esistono professionisti corretti nell’auspicio che quanto stiamo per raccontare sia una mera eccezione. Mettetevi comodi, perché il viaggio è lungo, o se preferite leggete questo reportage mentre siete in una di quelle interminabili file davanti ad una farmacia.

L’inizio

Gloria è fidanzata con Mirco, che lunedì 10 gennaio risulta positivo ad un test antigenico iniziando così il suo isolamento. La positività del ragazzo al tampone ha fatto sì che venisse allertata l’ASL del luogo in cui risiede. Inoltre il giovane ha contattato il medico di base chiedendo se fosse necessario un molecolare ed il medico ha risposto di no. A riprova la ASL è stata comunque correttamente allertata. Gloria invece sta bene e lunedì riceve un esito negativo ma si mette comunque in isolamento. Non può tuttavia cantare vittoria, perché giovedì 13 arriva anche per lei la doccia fredda: un secondo tampone antigienico, questa volta positivo. Qui inizia la nostra vera storia. All’esito dell’antigenico il laboratorio di analisi in cui si trova Gloria sollecita la giovane ad eseguire un tampone molecolare. Non la obbliga, beninteso, si limita a dire “Sei risultata lievemente positiva, aspetta qui per il molecolare”. Gloria aspetta pazientemente il suo turno. È sola, Gloria, non si è fatta accompagnare perché non voleva mettere a rischio alcun familiare. È agitata perché per due anni è stata scrupolosa nel voler tenere indenni i suoi familiari da questo pericolo silenzioso. E poi ha paura.

I fatti

Quella dannata paura che accompagna le altre decine di persone davanti e dietro Gloria mentre aspettano tutti, pazientemente ed in fila, di fare il molecolare. È quella dannata paura a non far ripensare subito a Gloria che nessuno le ha chiesto, nemmeno per un secondo, se lei volesse farlo, quel tampone molecolare. “Il molecolare – interviene subito una dottoressa col bel camice bianco – te lo facciamo pagare meno del normale, sono solo 30€”. La ragazza torna a casa e nel pomeriggio ha la conferma della sua positività. È la volta di Francesca, sorella minore di Gloria. Francesca pensa che il laboratorio di analisi sembra proprio un posto serio e che da anni lo frequentano. “Mi tratteranno bene” commenta tra sé e sé mentre sabato 15 gennaio si reca a fare il tampone. Qui invece i fatti precipitano: nemmeno un tampone antigenico. La stessa dottoressa con lo stesso camice bianco che aveva parlato con la sorella le dice: “Sei la sorella di Gloria? Allora facciamo un molecolare”.

L’epilogo

Ha paura e fretta anche Francesca e non pensa, come le altre decine di persone che le stanno davanti e dietro nella fila, che nemmeno per un momento ha chiesto il tampone molecolare. Non ripensa che lunedì Mirco ha avuto un test antigenico che è stato sufficiente per allertare l’ASL; che anche a richiesta di Mirco, il medico ha negato la necessità di un molecolare. Francesca non ripensa al fatto di aver tirato fuori dal portafoglio i 10 € che il laboratorio chiede per il tampone antigenico. Non ripensa nemmeno al fatto di averlo proprio chiesto, un tampone antigenico mentre dall’altra parte del camice bianco le è stato risposto con un molecolare, questa volta direttamente a 40€. Non ripensa nemmeno, infine, al fatto che dovrà aspettare ben di più nell’attesa del risultato del molecolare e che potrebbe, in caso di positività, infettare altre persone inconsapevolmente.

Festività natalizie: i numeri-monstre di farmacie e laboratori

Se da un lato sappiamo che in Italia le farmacie vendono ogni giorno circa 250 mila tamponi fai-da-te, dall’altro è vero anche che i prezzi dei tamponi stanno schizzando. «Avevo davanti a me circa 500 persone» commentano persone in attesa davanti al Policlinico di Milano durante una normale giornata di gennaio. Nel periodo natalizio gli italiani hanno speso 126 milioni di euro tra tamponi rapidi, fai da te, e molecolari. Secondo il Centro Studi di CONFLAVORO, tra il 24 dicembre 2021 e il 6 gennaio 2022 con più di 8,5 milioni di tamponi acquistati, gli italiani hanno speso circa 126 milioni di euro. In Italia il business legato ai tamponi anti Covid vale, solo nelle farmacie, 10,5 milioni di euro al giorno, ossia 315 milioni di euro al mese. A denunciarlo è anche l’associazione a tutela dei consumatori “Consumerismo No Profit”, che fornisce i numeri sulle spese per i test in questione e ricorda che la cifra non comprende quelle dei tamponi dei laboratori privati, dove i prezzi possono schizzare fino a 140 euro a test.

Il business dei tamponi

È tuttavia un dato certo che la maggior parte dei tamponi avvenga nelle farmacie (circa 700mila sui circa 950mila che ogni giorno avvengono in Italia). Confermato il trend di spesa di circa 10,5 milioni di euro al giorno per i cittadini. Il presidente di “Consumerismo No profit” Luigi Gabriele spiega che «Il costo di un tampone per i farmacisti va da 3 ai 4 €, mentre il costo al pubblico è di 15 €. Un ricarico del +328% che arricchisce farmacie, grossisti e intermediari». Per i laboratori privati invece, la situazione varia sul territorio. Da 45 € a Palermo ai 60 € di Roma, fino ad arrivare ai 140 € record di Milano.

Associazioni dei consumatori

Se il presidente di Consumerismo No Profit chiede quindi al Governo di «ridurre i prezzi al pubblico dei tamponi, aumentando la concorrenza a tutto vantaggio dei consumatori» anche Codacons non resta inerte. Infatti l’associazione a fine dicembre ha inoltrato un esposto a 104 Procure italiane. La richiesta era far luce su chi specula. Inoltre, non più tardi di una settimana fa, Codacons aveva fatto proprie le parole del quotidiano “Il secolo XIX” denunciando la speculazione sulla salute degli italiani. «Il business dei tamponi – si legge infatti nel sito – nelle ultime settimane si è moltiplicato con un giro d’affari che, in Italia, muove decine di milioni di euro al giorno.

La risposta delle associazioni dei Farmacisti

Marco Cossolo, Presidente dell’associazione di categoria dei farmacisti, spiega: «È vero che le farmacie acquistano i tamponi a 3, 5 o 4 euro ma per eseguirlo sostengono altre spese che sono facilmente quantificabili. C’è il lavoro del farmacista: circa 50 centesimi al minuto. Se si considera che per ogni tampone ci vogliono 15 minuti, sono 7, 50 euro. C’è il prezzo dei Dpi (camice usa e getta, mascherina e guanti): 1, 50 euro. E siamo già a 13 euro. Per non parlare del costo degli spazi, della loro sanificazione e dell’attività amministrativa che c’è dietro. Quel che resta in tasca a un farmacista sono due euro. Anche perché il prezzo non lo abbiamo fatto noi». Il margine di guadagno di due euro a tampone non può essere considerato basso, vista la quantità di test antigenici. Tuttavia questo conto calcola solo il dato delle farmacie e non anche quello dei laboratori d’analisi. Andrea Mandelli, presidente della Federazione Ordini farmacisti italiani fa eco a Cossolo: «Questa attività, che di sicuro non rappresenta il core business delle farmacie, è un’incombenza che si aggiunge a tutte le altre».

Non solo consumatori…

Ad urlare allo scandalo non sono solo i consumatori e le relative associazioni. Si aggiungono infatti anche i parafarmacisti a cui viene negato il diritto di fare tamponi. All’indomani della bocciatura di un emendamento in tal senso, parla quindi Daniele Viti, presidente dell’Unione Nazionale Farmacisti Titolari di sola parafarmacia. «Una vergogna inaccettabile ed un regalo che sa di favore alla lobby. Dicono che le parafarmacie non fanno parte del sistema sanitario. Questo è l’ennesimo emendamento bocciato, per la precisione il quinto». In realtà le parafarmacie per definizione sono parte integrante del Sistema Sanitario, ricevono un codice di tracciabilità del farmaco dal Ministero della Salute, sono collegate al sistema della Ricetta Elettronica Veterinaria ed in molte Regioni erogano servizi come il CUP.

La questione parafarmacie

Il sottosegretario alla salute, Pierpaolo Sileri di M5S, annuncia la riproposizione del tema con un ordine del giorno, ma sono in molti a pensare che si tratti di un mero contentino. Benché ci sia l’impegno del governo ad approfondire, resta ignoto infatti il come e il quando. I sospetti sono quindi che sull’esclusione delle parafarmacie dal circuito tamponi si siano messe in moto lobby.  «File interminabili al freddo e in Senato si boccia l’emendamento che avrebbe permesso di effettuare i tamponi anche nelle oltre 4000 parafarmacie italiane. Una vergogna inaccettabile ed un regalo che sa di favore alla lobby» denuncia infatti il Movimento difesa del cittadino. Dà il suo assist anche Giuseppe Conte che da Facebook tuona: «Quando la politica abbandona il buon senso e agisce per finalità diverse dal bene comune a pagare il conto più salato sono sempre i cittadini».

Cosa dice la legge in Italia? Diritto alla salute

Nel nostro Paese nessuno può essere obbligato a curarsi. Questo tema, tanto in voga ultimamente, ci aiuta ad analizzare anche la storia di Gloria e Francesca. Secondo la Costituzione italiana, art. 32, infatti: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il trattamento sanitario è da intendere in senso ampio anche come il tampone molecolare quando una persona chieda un antigenico. Al diritto alla salute non fa riscontro alcun dovere di curarsi. Esiste, è appena il caso di ricordarlo, l’interesse della collettività alla tutela della salute, garantito tuttavia nel caso in questione dalla richiesta delle due sorelle di ricevere un tampone antigenico appunto per garantire la sicurezza propria e altrui. Nell’ordinamento giuridico italiano il principio del consenso informato trova anch’esso fondamento costituzionale nell’art. 32. Tale disposizione va comunque letta in combinato disposto con gli articoli 13 Cost. (inviolabilità della libertà personale), e 2 Cost. (presidio di tutti i diritti inviolabili dell’uomo). Da tale disciplina consegue l’esistenza di Gloria e Francesca di un diritto costituzionalmente garantito a non subire trattamenti sanitari ai quali non abbia preventivamente e consapevolmente acconsentito.

Consenso informato e discipline nazionali ed internazionali

Questo diritto è presente nel Codice di Norimberga del 1947 e nella Dichiarazione di Helsinki del 1964. In Italia è invece l’art. 33 della L 833/1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale, il primo a vietare al medico di eseguire trattamenti sanitari contro la volontà del paziente che deve poter prestare in modo consapevole il proprio consenso. Successivamente, la L. 145/2001 ha ratificato la Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina del 1997 ribadendo che «un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso libero ed informato» (art. 5). Infine, anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’art. 3 ha stabilito che «ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica» che si esplica, nella medicina, attraverso «il consenso libero e informato della persona interessata» a sottoporsi ad un determinato trattamento sanitario. La prestazione del consenso informato è, inoltre, prevista anche dal Codice di deontologia medica del 2014, all’art. 35 (obbligo per il medico di acquisire il consenso del paziente)

La giurisprudenza della Cassazione

In conformità con tali disposizioni la giurisprudenza è ormai pacifica nell’affermare che il consenso libero ed informato ai trattamenti medici è «legittimazione e fondamento del trattamento sanitario». Esso deve infatti avere come «contenuto concreto la facoltà di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale». La mancanza del consenso del paziente determina l’arbitrarietà del trattamento medico-chirurgico e, quindi, la sua rilevanza penale. In ogni caso – come affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 2847 del 2010 – l’inadempimento dell’obbligo di informazione sussistente nei confronti del paziente assume rilievo a fini risarcitori. In sostanza né Gloria né Francesca avevano richiesto un tampone molecolare e la scelta dei medici di sottoporle a tale presidio medico è stata arbitraria e suscettibile di tutela per via legale.

Di Avv. Serena Reda

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Serena Reda

Avvocato e pubblicista
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