Quello dei fratelli Safdie, fin dal loro debutto dietro la macchina da presa, è sempre stato un cinema del reale, concreto. Piccola e grande criminalità, dipendenze, marginalità americane e sport come forma di riscatto. Fin da Daddy Longlegs passato per Cannes, i registi newyorkesi hanno sempre raccontato vite parallele, lontane dall’American Dream, in cerca di un riscatto e di una redenzione. E The Smashing Machine non fa eccezione, nonostante sia il primo dei due progetti paralleli portati avanti dai Safdie in solitaria, in questo caso da Benny (l’altro è il prossimo Marty Supreme del fratello Josh). Il film con protagonista Dwayne “The Rock” Johnson – al suo primo ruolo veramente autoriale – è quanto di più “safdiano” (per prendere in prestito un termine anacronistico) c’è. Benny scrive e dirige quello che in superficie è un biopic sportivo, con l’ascesa e la caduta di uno sportivo all’apice della sua carriera ma che, in fondo, parla di rassegnazione e di redenzione, della capacità di fermarsi e la forza di andare avanti.
E la scelta di Dwayne Johnson è perfetta per questo scopo. Figura cardine della cinema pop Statunitense contemporaneo (tra i, se non l’attore più pagato di Hollywood) si veste dei panni del ruolo di Mark Kerr alla perfezione. In punta di piedi, allo stesso tempo con la delicatezza e con la forza necessarie per un ruolo del genere, mostra i muscoli in ruolo tanto ipertrofico quanto profondo. Non è solo corpo e cinema del sudore quello di The Rock, ma è sensibilità e dedizione, cura e fragilità. E l’attore ed ex wrestler è la figura perfetta in mano a Benny Safdie. In una sorta di ricomposizione post-contemporanea di Rocky, The Smashing Machine si fa testimonianza e documento sia di un periodo storico ancora speranzoso, sia di una forma di riscatto: quella di Kerr dalla dipendenza e quella di Johnson dalla figura di attore macchia.
The Smashing Machine: la rassegnazione di chi non si rassegna

Perché da Rocky The Smashing Machine prende in prestito tantissimo, in pieno stile biopic sportivo. C’è un’Adriana (la Dawn di Emily Blunt), c’è l’annaspamento in una società che non accetta la tua esistenza e c’è la volontà e la ricerca di riscatto proprio attraverso lo sport e il combattimento, tanto duro sul ring quanto nella vita. Mark Kerr è una figura leggendaria che, verso la fine degli anni Novanta, aveva dato il via allo sport che oggi conosciamo come MMA. Agli albori della disciplina, Kerr e il suo amico, collega e allenatore Coleman (interpretato dal vero lottatore Ryan Bader, perfetto nella parte) sono tra i pionieri della disciplina, considerata troppo violenta ed inutilmente sanguinosa. La loro non è una vita di ricchezze e lusso, come siamo abituati a vedere oggi. La loro è un esistenza normale, che annaspa tra le difficoltà della relazione tossica di Kerr con Dawn, così come la dipendenza da antidolorifici. Kerr trova il suo riscatto e rivalsa nel combattere, nel sudore e nella fatica in uno sport ancora povero e marginalizzato.
E la regia di Benny Safdie (per la prima volta lontano dal fratello) ci mostra questa normalità alla perfezione. Quasi completamente girato con camera a mano, in una sorta di documentario testimoniale, Safdie non si stacca mai dal lottare, non lo lascia mai da solo. Nel costruire la sua imponente figura, la decostruisce. La spoglia della sua carica spettacolare così come elimina qualsiasi forma di epica dalla lotta e dallo sport, rendendo umano lo sportivo e vicino lo sport, lontano e al contrario dalla classica trama di fili tecnici che i biopic sportivi mettono sul piatto. Non è (solo) cinema della diaforesi, cinema di sangue e ipertrofico. Ma (anche) cinema del concreto, del quotidiano, dei litigi per l’incapacità di comprendersi e della fatica giornaliera di andare avanti in un mondo che quasi rifiuta il tuo ruolo. E Dawn, agli antipodi dalla figura di Adriana in Rocky, diventa il catalizzatore perfetto per la difficoltà di un uomo fragile alle prese con le difficoltà della vita. Il loro rapporto diventa centrale a metà pellicola, si fa carico del dramma emotivo e, con una scena madre meravigliosa, metafora della violenza inespressa e della fragilità di un uomo tanto grande quanto sensibile.
Sport e quotidiano
Vediamo molto poco Kerr lo sportivo e quasi sempre Kerr l’uomo. Anche gli stessi incontri, sporadici e brevi, sono tagliati della loro carica epica e spettacolare, resi umani e quotidiani. La camera è sempre fuori dal ring, quasi a non voler invadere un luogo sacro. La nostra è una visione sì privilegiata, ma mai al di sopra, mai oltre i confini di dove è possibile essere. Benny Safdie cuce intorno a Kerr e al suo corpo la messa in scena, attraverso anche diverse interviste che, nella loro genuinità, mostrano esattamente cosa pensa e cosa prova il lottatore. Quella di The Smashing Machine è una costruzione quasi sudicia, sporca, fatta di spogliatoi fatiscenti e palestre maleodoranti. Ma è proprio qui che si sviluppa una concretezza meravigliosa, che ci accompagna in un mondo e periodo storico in cui la disillusione non era, forse, così distruttiva.
Perché The Smashing Machine non si conclude con una grande combattimento finale. Anzi, non lo ricerca proprio, questo scontro. Si conclude con un grande riflessione che lo rende, come già detto, una sorta di rivisitazione di Rocky post-contemporanea. Se nel film con Stallone, Rocky cerca nel combattimento il riscatto contro una società che lo costringe ai margini, rappresentata da un americanissimo Apollo Creed, qui Kerr non cerca il riscatto, ma solo un posto nel mondo. Il messaggio anticapitalista e contro ogni forma di marginalità è lo stesso, ma è il modo di arrivarci che rende The Smashing Machine un nuovo modo di interpretare la storia e la società. In un epoca – i Novanta – fatta di illusione e rassegnazione – anche se non marcata come oggi – Kerr cerca di sopravvivere e respirare nell’oceano della società capitalista americana. È Benny Safdie, con il suo finale, a veicolare un messaggio di rivalsa della marginalità e dei dimenticati. Tratto che, anche in solitaria, trova la sua forza nel cinema a marchio Safdie.
Alessandro Libianchi





