Cinema

“Titane” è il trionfo senza vergogna del mostruoso femminile

Il film di Julia Ducournau è l'atto politico e femminista di cui avevamo bisogno nel 2021

Palma d’Oro all’ultima edizione di Cannes, Titane di Julia Ducournau ha letteralmente spaccato in due la critica come solo le grandi opere politiche sanno fare.
La regista ha realizzato infatti un film che non passa di certo inosservato per la trama e i temi trattati in superficie, ma a un occhio più attento si spoglia della patina di confusione e grottesco per scavare più a fondo nella concezione del corpo femminile e delle dinamiche famigliari.

Psicanaliticamente e cinematograficamente parlando, la donna ha sempre rappresentato la privazione, un tema che apre Titane e che ritorna nella seconda parte: a mancare è infatti un rapporto tra padre e figli. La protagonista Alexia evita ed elimina consapevolmente il rapporto d’origine, e con esso il trauma: la placca che ha nella testa è il prodotto di un incidente causato dal padre.

Da qui inizierà una discesa verso il delirio ma al contempo un’ascesa verso la ricerca, di se stessa e del padre. Una compensazione dell’assenza che viene rappresentata da una gravidanza quanto più surreale e grottesca, dal momento in cui è frutto di un rapporto con un’automobile. Il veicolo è a sua volta simulacro della virilità, poiché da sempre è considerato simbolo della mascolinità. Ducournau invece si affaccia sulla Feminist Film Theory e fa suo il manifesto della donna cyborg e lo cuce addosso ad Alexia.

Siamo di fronte a una donna cronenberghiana e femminista, che negando ogni elemento di una femminilità coatta e coercitiva si riappropria del concetto stesso di femminile. Alexia si traveste, cambia e si trasforma in un mostro ibrido di carne e metallo con una sola missione: sterminare i propri e gli altrui demoni permettendo di raggiungere la libertà.

Chiara Cozzi

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Ph: madmass.it

Chiara Cozzi

Critica cinematografica per passione, scrittrice per vocazione.
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