Cultura

Transfert. Il disordine umano tra torbidi intrighi psicologici

Transfert è un film di Massimiliano Russo del 2017 pluri vincitore, nello scorso dicembre, degli Oniros Film Awards e prossimo ad uscire nelle sale italiane il 12 Aprile 2018. Il film si pone come opera ambiziosa che riesce nel suo scopo di non essere ma banale perché prova più volte a trasportarci in una dimensione malata dell’animo umano che può esser curata solo tramite le parole.

Il linguaggio è un arma a doppio taglio capace di curare o uccidere il malato. La sofferenza, l’inadeguatezza e la riflessione sono elementi presenti in ognuno di noi che devono essere tenuti a bada prima che questi diventino la causa di tragedie. I personaggi si muovono perennemente lungo un margine immaginario tra l’abisso della loro mente e una realtà che non riescono a comprendere provocando allo spettatore un continuo senso d’ansia e d’angoscia. La quotidianità è minata dall’austerità del colore e dalle luci agghiaccianti che inondano corpi bianchi e asettici. Non solo gli attori in scena ma anche il film soffre di sindrome di Borderline mettendo in evidenza i sintomi del disturbo trasferendo la malattia su un piano visivo

Il film divide il suo narrato negli squarci di vita dei diversi protagonisti della vicenda. Essi sono caratterizzati con grande maestria offendo lentamente l’intera conoscenza dei loro punti deboli messi in luce, in modo tale, da poter entrare in empatia con lo spettatore con lo scopo di non essere dimenticati.

Il regista si cimenta nella rottura dei normali canoni del cinema thriller; la morte e gli intrighi sono solo mentali e sono nascosti dietro una carne debole e mai così fragile. Si passa in poco tempo dall’idealizzazione alla svalutazione delle persone più care per poi rimanere immersi nel vuoto degli affetti. L’intera pellicola presenta il continuo alternarsi d’immagini perfettamente nitide con altre distorte e poco chiare. I riferimenti Lynchani si sprecano. Uno su tutti Inland Empire. I confini della visione diventano flebili perché si muovono attraverso le scelte del protagonista che da una situazione iniziale di sicurezza è destinato, poi, a rivalutare se stesso e gli altri fino al colpo di scena finale. La macchina da presa soffre di una vera e propria dipendenza nel riprendere gli aspetti più intimi dei protagonisti i quali sono privati della loro intimità. I gesti di morte e di suicidio sono ripresi in maniera delicata, sfiorano la mente e l’immaginario dello spettatore come succede per i protagonisti della storia. I colori opachi che caratterizzano queste scene danno l’impressione di un’azione teorica mai del tutto elaborata seriamente. Una speranza, breve, che questa non accada.

La vicenda non ha un andamento lineare. Lo scorrere del tempo non è chiaro e i personaggi realizzano una staffetta di sofferenza messa in evidenza in 16:9. Transfert è caratterizzato da un ansia continua che non trova sbocchi di soluzione. Ansia che viene diffusa dalla musica che distorce le note e crea fastidio; è una compagnia malvagia che siamo costretti a seguire. La fine dell’ansia arriva solo alla fine della storia lasciando il posto allo sgomento. Si crea un vuoto che ci fa riflettere su quello che abbiamo visto creando chiarezza nelle nostre menti. Noi riusciamo finalmente a trovare il posto del protagonista nella storia mentre l’attore nella pellicola si trova sommerso nel vuoto della sua esistenza. Bella e suggestiva è la sequenza di Stefano (Alberto Mica) che seduto sulla sedia del suo studio viaggia spazialmente nei luoghi della vicenda senza che nessuno rifletta sull’assurdità di quello che sta avvenendo. Un uomo seduto su una poltrona lungo la banchina della metropolitana crea uno estraniamento totale. La solitudine al suo stato primordiale. Rabbia e stress si mostrano prepotentemente come mezzi di riflessioni sulla psicologia e su i suoi aspetti più reconditi.  

Corvi neri volano sopra Catania. Colombe di buona fortuna volano sopra al regista di Transfert.

 

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