Udinese-Milan, minuto numero 33. Mike Maignan si sfila i guanti e abbandona il terreno di gioco: il motivo sono i purtroppo soliti insulti razzisti che ciclicamente vengono riproposti da pseudo tifosi all’indirizzo di qualche giocatore. Il match viene sospeso per 5′ e poi si riprende a giocare con il Milan che alla fine riuscirà a spuntarla al minuto numero 93 con un gol di Okafor. Questi episodi però si sono già verificati più volte anche quest’anno, nonostante negli altri casi non si sia fatto nulla nell’immediato per contrastarli. Si veda ad esempio quanto era successo in occasione di Verona-Cagliari all’uscita dal campo di Makoumbou. Ma la domanda quindi non può che essere una soltanto: ma è davvero così difficile combattere il razzismo?

Serie A, gli strumenti adottati non funzionano?

Crediti foto: AC Milan | Facebook

Campagne pubblicitarie, slogan che spesso e volentieri restano tali e poco altro. Nella pratica cosa si fa per combattere il razzismo negli stadi? Purtroppo ben poco. E fa sorridere, in modo tristemente amaro, il fatto che ormai la tecnologia presente all’interno degli impianti consentirebbe in potenza di individuare chiunque, rintracciando così i colpevoli. Invece alla fine la situazione la si risolve con qualche multa per le società e magari anche una squalifica dei settori dello stadio. Punire tutti, per non colpire nessuno. E allora aveva ragione Claudio Ranieri, quando dopo Verona-Cagliari sbottò così: “Non è possibile continuare così, chi decide e comanda nel calcio deve muoversi, le cose vanno cambiate una volta per tutte!”. E a questo punto una presa di posizione più netta dovrebbe essere doverosa.

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