Per concentrarmi di più ho arredato il mio ufficio, compro tulipani ogni settimana per sentirmi più ispirata. Ma l’ufficio è la stanza accanto alla mia, quella che fino a un anno fa era la camera degli ospiti. Perché l’ho fatto? Perché l’alienazione dello smart working stava confondendo persino i miei bisogni. 

Se si pensa davvero che con le statistiche degli studi fatti ad Harvard un fenomeno stia attraversando la fase di sperimentazione, allora il cambiamento è già superato. La Harvard Business School ha analizzato i dati anonimi di più di 3 milioni di utenti che lavorano in smart working. L’obiettivo è quello di dimostrare quanto il fenomeno stia modificando l’approccio nel modo di lavorare. Quello che non ci hanno detto però, è che sta cambiando anche il modo di vivere. 

Quando lo smart working confonde i limiti temporali

Gli straordinari (letteralmente) nuovi orari di lavoro da ufficio domestico: la possibilità e la libertà (siamo sicuri?) di poter gestire il proprio tempo e lo spazio di lavoro. E allora come si giustifica il 46% dei lavoratori in smart working che ammette di sentirsi più ansioso e stressato per il proprio lavoro, rispetto a prima?

I dati confezionano una panoramica della situazione attuale che ci coglie sicuramente impreparati. Lo smart working non è soltanto un’alternativa all’approccio lavorativo in una situazione di emergenza sanitaria da Covid. Quello che la pandemia ha suggerito al sistema industriale e sociale è che lo scarto tra mondo nuovo e vecchio, negli strumenti con cui si fa strada nelle nostre vite, è ormai troppo grave. E allora il bisogno evolutivo che lo smart working diventi il futuro dei mestieri moderni – a prescindere dal Covid – ha trovato il pretesto per diventare una necessità. 

La facilità e l’apparente libertà con cui si può gestire un lavoro da casa, però, richiede un rigore e una fermezza che non tutti possiedono. O per lo meno, non nell’immediatezza. Avere più tempo a disposizione può significare anche avere più tempo da perdere. O, nel peggiore dei casi, avere più tempo da investire. Nella concezione più semplice in cui investire vuol dire, ancora e sempre, in qualche modo produrre. 

Il risultato è una tendenza allo stacanovismo anche per chi era ordinariamente affezionato a timbrare il tesserino. Ma non sempre alla base non c’è una tendenza all’impegno personale verso il proprio lavoro. La falla dell’improvviso metodo smart working, soprattutto per chi ha un approccio tradizionale, è in realtà una questione di insicurezza. Chi ammette di lavorare almeno un’ora in più al giorno lo fa per due motivi: perché ama ciò che fa talmente tanto da non prefissarsi limiti temporali, o perché sente di dover dimostrare qualcosa. 

Il rischio non riguarda solamente la gestione personale del proprio tempo, ma anche la visione morale e nobile del lavoro. Il tempo che si dedica al proprio mestiere è proporzionato a ciò che ci viene richiesto, ma non a ciò che noi riteniamo sia sufficiente. Lo smart working, in qualche modo, ci permette di misurare il nostro lavoro non sul tempo ma sugli obiettivi. Passiamo 8 ore al giorno a lavorare per una mission che in altri casi riusciamo a raggiungere in meno ore. Quello che conta non è quanto ci metti a raggiungere il risultato, ma che lo fai. Eppure, quanto siamo disposti a rispettare la personale esperienza di lavoro misurata sulla propria tecnica? 

Lavorare di più significa lavorare meglio?

Come si può pretendere di adattare la società a un nuovo metodo di lavoro, mantenendo una tradizionale (e obsoleta) concezione di lavoro? Fino a quando le aziende continueranno a misurare (e valutare) l’efficienza del lavoro sulla quantità di tempo, e non sulla qualità, il risultato sarà l’alienazione del momento stesso.

In tempi smart working l’impasse vale doppio e si traduce nell’istinto di dover dimostrare al proprio capo che si sta facendo bene il proprio lavoro. E, secondo questo (fallace) ragionamento, per farlo si lavora più tempo. Che non significa lavorare meglio. Nel migliore dei casi questa distorsione dell’approccio lavorativo ci porta a lavorare un’ora in più al giorno, che sono circa tre giorni in più al mese. 

Il perimetro del lavoro con lo smart working ci spinge a rimanere disponibili online più a lungo del normale, non per una questione di volere, piuttosto per una questione di principio. Quello che ci manca (paradossalmente) in smart working è proprio il tempo. In una condizione in cui il confine tra tempo del lavoro e il tempo della vita si fa sempre più labile, quello che raddrizzerebbe l’equilibrio è invece proprio lo scarto temporale

Gli antichi greci utilizzavano soprattutto due parole per indicare il tempo: χρόνος (chronos) e καιρός (kairos), il tempo cronologico e il tempo qualitativo. Una concezione tendenzialmente filosofica che riporta all’idea di “momento supremo” o quello che oggi si definirebbe “il momento giusto”. Eppure la definizione che preferisco è sull’idea di un tempo nel mezzo, come un periodo nel quale qualcosa accade. Passiamo 9 ore al giorno a lavorare senza che nulla si concluda, quando a volte tutto si concretizza in un paio d’ore che valgono l’intero progetto. 

L’interpretazione del tempo qualitativo rivede l’intero sistema giornaliero, prevederebbe un approccio lavorativo realmente smart. Nel caso in cui smart non significhi più la velocità del metodo ma la sua effettiva funzionalità. E allora forse verrebbe meno questa intensa percezione di isolamento, un incremento spropositato e vano di un tempo di lavoro non efficace. Perché venga meno il desiderio di avere ancora più tempo, oltre quello che utilizziamo. 

E diventa allora più moderna anche la concezione di Seneca, quando ci suggerisce che “Non abbiamo poco tempo ma che molto ne perdiamo”. Ma, forse, oggi quello che invece non abbiamo più a disposizione è proprio il tempo, per avere tempo. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA