Editoriale

Il caso del vaccino AstraZeneca: il contagio della (non) informazione

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Se per definizione si ha paura di quello che non si conosce, è chiaro che se abbiamo avuto paura del vaccino AstraZeneca nelle ultime settimane è perché quello che abbiamo letto non ci ha reso a conoscenza. Ma quando l’allarmismo proviene dall’informazione, allora il fallimento non è dell’opinione pubblica: è la sconfitta del giornalismo. 

Ancora prima dell’AstraZeneca era stato il turno del Covid fin dagli esordi, ma come fu anche per la Sars nel 2003: i casi emblematici di come ogni epidemia ne comporta inevitabilmente sempre un’altra. La contrazione tra l’informazione e l’epidemia ha insinuato nel sistema un contagio che corre più dei numeri di positività, ed è quello dell’infodemia. Che sia un neologismo è la prova di come le evoluzioni dei nuovi canali di informazione e diffusione generano fenomeni degni di definizione (e non è sempre un onore). «Infodemic» composto dai sostantivi info(rmation) (informazione) ed (epi)demic (epidemia): parliamo di una circolazione di informazioni in quantità eccessiva, ma spesso non vagliate con accuratezza, che «rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili» e lo dice la Treccani (se, appunto, parliamo di fonti). Il punto di non ritorno è che le informazioni, nell’ultimo anno, si sono diffuse molto più velocemente dell’epidemia stessa. 

Vaccino AstraZeneca: la sospensione e la disinformazione

Si creda pure che il potere della stampa sia stato in grado di provocare due reazioni primarie: la precauzione (di buona parte dei leader europei che hanno sospeso l’immunizzazione con il vaccino Astrazeneca) e il terrore (di chi era in attesa di un vaccino improvvisamente diventato il pericolo principale). È forse un errore? A quanto pare no, fino a quando l’Ema, l’agenzia europea sui farmaci, ha detto che il vaccino AstraZeneca è di nuovo «sicuro ed efficace». Della “regola” che quel che si dice lascia un po’ il tempo che trova, e che un clickbait possa suscitare più interesse che di una ricerca accurata. Ma quello che il giornalismo ha dimostrato nelle ultime settimane è che fare informazione senza consapevolezza significa diffondere ignoranza.  A cui si aggiunge il monito che molti anche sui social ci hanno ricordato per “un giornalismo per i lettori, non per gli editori”, perlomeno in Italia. Quando il titolo di un giornale suscita allarmismo ma il contenuto dell’articolo non contestualizza, non stiamo informando ma stiamo spaventando. Sembra che ci sia nel giornalismo la corsa alla reazione, piuttosto che il bisogno di comunicare. Si fa giornalismo per informare, ancora meglio: per formare. In ogni caso, per divulgare. Non c’è alcun insegnamento in una notizia priva di qualsiasi rapporto causa-effetto. Siamo passati dalla cronaca di una pandemia a uno storytelling del terrore, dove la notizia più allarmante è la più ricercata. Un bisogno sadico di avere più nozioni del “peggiore dei casi” rispetto all’evoluzione di una strategia di contenimento che riesce finanche a intravedere la fine del tunnel. 

La mancanza di metodo: lo storytelling del terrore

Che cosa abbiamo fatto? Spacciare i casi di vaccino Astrazeneca come fili di marionette per boicottare una campagna di promozione che noi stessi stavamo portando avanti? Qualcuno provi a tracciare la contraddizione della questione. Quello che ha dimostrato il giornalismo italiano, e lo dico mentre faccio del giornalismo, è la mancanza di un metodo che – se qualcuno si ricorda – è proprio della deontologia di questa professione. Una “mancata certezza di connessione di causa” tra il vaccino Astrazeneca e i casi di decesso dovrebbe essere la premessa in grassetto, non la chiusura paravento di una prosecuzione allarmante che ha già scatenato lo scetticismo dal titolo mostruoso. Che cosa è accaduto? Morti sospette dopo il vaccino Astrazeneca che hanno portato, per giusti motivi, a indagini e chiarimenti da parte delle autorità sanitarie. Ma se non c’è prova di nesso tra vaccino e decessi, come si può gridare in mezzo alla folla, piuttosto che contenere la paura?

Strumentalizzare la notizia significa giocare con la vulnerabilità

In fin dei conti c’era da ricordare, piuttosto che intimorire, che il rischio zero non esiste. E non è mai esistito. La campagna di promozione dei vaccini non doveva sponsorizzare il vaccino come la bandiera bianca, ma informare e divulgare l’importanza di minimizzare il rischio. Ma che del vaccino non si sa tutto, è parte della stessa premessa che deve informare il lettore. Allo stesso modo comunicare quanto “vaccinarsi significa correre un rischio molto piccolo per scongiurare uno molto grande” come ha detto Concita De Gregorio. E provare, per una volta, a rispettare il vero motivo per cui si fa giornalismo. Non cedere ai compromessi di potere, per fare poi alla fine lo stesso gioco di chi è dentro “la guerra dei vaccini” tra governi e industrie farmaceutiche. Nessun titolo di giornale ha mai inneggiato al terrore per la pillola anticoncezionale. Eppure, il suo rischio di trombosi lo conosciamo tutti. Strumentalizzare la notizia significa giocare con la vulnerabilità dei lettori, e questo significa sfruttare il potere per un tornaconto al prezzo della collettività. Ma non è una sfida a chi urla più forte, è una psicosi di massa di cui siamo responsabili. Riuscite a dormire sereni la sera?

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