Cultura

Venerdì Santo: Francesco Guccini, parallelismo fra amore e morte

Venerdì Santo: il giorno in cui muore Gesù, giornata di tristezza e languore prima della resurrezione divina. Nell’arte, nella poesia e nella cultura in genere molto si è scritto su un’immagine così forte. Francesco Guccini, uno degli esponenti di spicco della scuola del cantautorato italiano, dona al suo pubblico un’interpretazione diversa ponendo un’analogia dalle immagini suggestive: un parallelismo fra una storia d’amore naufragata e la morte di Cristo celebrate, ambedue, in primavera.

Venerdì Santo, Francesco Guccini: cantore del malinconico presente

Venerdì Santo è una delle traccie di Francesco Guccini contenuta nel suo primo album, Folk beat n. 1 pubblicato nel marzo del 1967. La poetica gucciniana è intrisa, principalmente, di riflessioni che decantano una dolce nostalgia dei tempi andati, la disillusione e la malinconia. Un cantautore splenico ma dissacrante al contempo, cantore del presente. A queste tematiche che sottendono le sue produzioni, altri due flussi centrali pervadono, dominanti, i testi del cantautore rivoluzionario: lo scorrere del tempo e la verità. Francesco Guccini si scioglie dalle briglie delle sovrastrutture sociali; il suo pezzo L’avvelenata, sicuramente, ne è un manifesto:

Io canto quando posso, come posso
Quando ne ho voglia senza applausi o fischi
Vendere o no non passa fra i miei rischi
Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso.

Stessa cosa dicasi dalla polemica che ne derivò quando, il critico musicale Riccardo Bertoncelli, stroncò il suo album Stanze di vita quotidiana. Il cantautore reagì inserendo il suo nome ne L’avvelenata:

Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!

Lo stesso Guccini non si definì mai un poeta, piuttosto un cantastorie che narrava ambienti provinciali, disillusione, occasioni perse e sbiadite dal tempo che corrode ogni cosa. Si proclamò lui stesso, un burattinaio di parole.

Venerdì Santo, parallelismo: la morte di Cristo e una storia d’amore morente

Venerdì Santo, un testo che probabilmente, tratta di un antico amore giovanile. Per Guccini il tarlo delle occasioni perdute si traduce in un’incapacità di vivere il presente. Tutto è sospeso in una perenne nube in cui aleggia una nostalgia tra passato, speranza, e disillusione. La rievocazione e la rimembranza sembrano quasi cozzare con il Guccini ironico e senza peli sulla lingua di Quattro Stracci, Le osterie fuori porta o Cyrano in cui intima a coloro che detengono il potere di farsi avanti:

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati io più non vi sopporto. Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio, perchè, con questa spada vi uccido quando voglio!

Eppure in Incontro, Piccola città, o la stessa Venerdì Santo si rammenta la consueta propensione a quel tono malinconico di descrizioni quotidiane, a volte popolari, a volte auliche. Dal primo all’ultimo disco L’Ultima Thule del 2012, si ritrova un Guccini coerente in pensieri ed esposizioni; si pensi alla traccia L’ultima volta, dove il cantautore ripercorre momenti d’infanzia felici vissuti nel quotidiano: la madre che canta, il padre che legge il giornale, lui che ritorna a studiare ”in quei giorni ormai troppo lontani”.

Rievocazioni di immagini di provincia: amore, morte e primavera

Quattro strofe, quelle di Venerdì Santo, dalla potente eloquenza. La prima strofa si apre con la descrizione di una giornata triste come, appunto, il venerdì santo che precede la resurrezione del Cristo: immagini concatenate ma dalla dolcezza espressiva. Guccini descrive il crepuscolo di questa giornata che precede il sopraggiungere della sera. In aria, l’odore della primavera, tipico della ricorrenza in cui ricadono le festività pasquali. Le chiese del paese sono addobbate di viola, in lutto per la morte di Cristo.

Le vecchie strade provinciali del centro sono intrise dell’olezzo dell’incenso. Un’atmosfera di tristezza comunitaria pervade la città. In un’ambientazione solenne e religiosa, il cantautore inserisce una nuova immagine, quasi profana: una storia d’amore naufragata, paragonando la perdita di un amore alla viscerale tristezza che accomuna tutti per la morte di Cristo:

Venerdì Santo, anche l’amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia
.

La morte di Gesù è concreta: si percepisce sì, per le vie del centro, ma soprattutto, sembra quasi ripercuotersi nel presente. Questa analogia indiretta ammette la divinità della ricorrenza che non è più qualcosa di astratto o fine a sé stesso, ma diviene parte di un avvenimento presente e di dolore condiviso. La divinità della solenne commemorazione viene svuotata dal verso: ”Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente.” Un dolore non solo divino e per il divino ma che viene trasposto anche alle situazioni di vita: come la perdita di qualcuno che si ama.

Venerdì Santo, Francesco Guccini - Photo Credits: rollingstones.it
Venerdì Santo, Francesco Guccini – Photo Credits: rollingstones.it

Attuale e d’impatto, sicuramente, nelle esistenze di chi ha la fortuna di ascoltare questo componimento ”minore” di Francesco Guccini. Più che mai sembra impregnato e straboccante di attualità quest’anno, vista l’emergenza sanitaria in corso e le innumerevoli scie di dispiaceri e decessi che, da un po’ di tempo, hanno preso di mira le strade di provincia ma anche di città, immerse nel silenzio.

Stella Grillo

Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino
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