«Duse affronta il suo bilancio finale: con il suo talento, con il proprio corpo, con la maternità, con D’Annunzio, con la storia d’Italia. Non volevo realizzare un biopic, ma raccontare l’anima di una donna, un’artista, in un’epoca di grandi sconvolgimenti storici, con la possibilità di indagare temi a me cari: da una parte il ruolo dell’artista di fronte a tragedie come la guerra, la povertà e il dolore; dall’altra, le possibili declinazioni del rapporto tra arte e potere». Arriva in concorso a Venezia 82 l’omaggio cinematografico alla “Divina” Eleonora Duse, diretto da Pietro Marcello.

L’attrice, che nella pellicola è interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, è rappresentata al termine della sua carriera. In un contesto violento che si estende dalla Grande Guerra all’ascesa del fascismo, tuttavia, Eleonora Duse sente il richiamo del palcoscenico, unica forza motrice della propria vita. In un mondo che minaccia di privarla di ogni libertà, anche quella economica, il teatro è un porto sicuro, un appiglio, un nido accogliente in cui rifugiarsi e riaffermare se stessa.

“Duse” a Venezia 82, parla il regista: «Non volevo fare un biopic, ma raccontare lo spirito di Eleonora»

Valeria Bruni Tedeschi in una scena di “Duse”, al cinema dal 18 settembre

Presenti in conferenza stampa i produttori Massimiliano Orfei, Paolo Del Brocco, Benedetta Cappon e Carlo Degli Esposti, le interpreti Fanni Wrochna e Noémie Merlant, la protagonista Valeria Bruni Tedeschi e il regista; Duse approderà nelle sale il 18 settembre per PiperFilm. L’incontro di Pietro Marcello con la “Divina” è stato casuale: «Sono rimasto affascinato da lei, perché sono sempre stato ammaliato dai personaggi di rivolta; sin dal principio ho pensato a Valeria per questo ruolo, non c’è stato bisogno dei casting. Non volevo fare un biopic, ma raccontare il suo spirito, anche perché di lei è rimasto ben poco materiale. La Duse è un personaggio ottocentesco che si affaccia al secolo breve, il Novecento, un po’ come sta accadendo in questa epoca storica; è il tempo dell’ignavia in cui niente è vero e tutto è permesso».

Lavorare su un personaggio del quale rimane poco e niente, in termini di filmati, registrazioni e note biografiche, non è stato semplice per Valeria Bruni Tedeschi: «Da ragazza avevo una coach che mi ha insegnato il “metodo Strasberg”, e che ci parlava moltissimo della Duse. Lo stresso Strasberg la adorava, perché era convinto che lei, senza saperlo, avesse compreso qualcosa del metodo. Anche Stanislavskij e Čechov l’ammiravano; in tre parti del mondo il ruolo dell’attore era cambiato, e la Duse aveva saputo modificarsi, in cerca della verità. Per questo, quando Pietro mi ha chiamata, mi sono in qualche modo connessa con l’anima della mia insegnante: io lavoro spesso con i morti, e ho interpellato anche la Duse, cercando di diventare sua amica. Spero che, dopo questo film, lei mi voglia un po’ bene».

Il lavoro del cast sui personaggi

Per Noémie Merlant, innamorata del cinema italiano, lavorare a quest’opera «è stato un sogno, così come recitare in italiano. Sto prendendo ancora lezioni, e quando ho fatto il casting ho imparato una delle lettere scritte dalla Duse per sua figlia e ho finto di parlare italiano. Loro mi hanno presa comunque, e li ringrazio per la fiducia che hanno riposto in me». L’approccio alla Duse, per lei, è stato sorprendente: «Non sapevo niente di lei ed è un peccato che una donna così incredibile sia stata in qualche modo cancellata dalla storia. Da attrice, sfrutto molti degli elementi che lei ha inventato, come il suo realismo, la sua capacità di mostrare le sue imperfezioni e le fragilità».

Aggiunge Fanni Wrochna: «Per me è stato il regalo più grande della mia vita. Ho studiato tanto, e dopo aver finito il Centro sperimentale qui a Roma ho fatto per almeno sei anni tantissimi provini, finché Pietro mi ha accolta. Quello che mi affascina del mio personaggio è il fatto che sia stata vicina alla Duse per vent’anni, anche non si sa niente di lei e, nonostante il poco materiale a disposizione, il regista e gli sceneggiatori sono stati bravissimi a darle vita».

Eleonora Duse, l’ingenuità dell’artista in un mondo brutale

Eleonora Duse era un’artista, ma aveva anche un “ruolo” nell’epoca storica in cui viveva: sosteneva Mussolini, credeva nelle sue parole e nel regime. Per Valeria Bruni Tedeschi, in realtà, l’attrice «Non era davvero dalla parte di Mussolini, si era semplicemente sbagliata, per ingenuità e presunzione. Pensava di poter ottenere un teatro da lui, di poter andare contro l’arroganza e la brutalità fascista, e invece no. Non era perfetta, ma i personaggi perfetti non sono interessanti da raccontare». Le fa eco Pietro Marcello: «La storia racconta quello che vuole; credo che il fascismo si sia appropriato della Duse, come ha fatto con il Milite Ignoto, che era un simbolo di pace. Il potere è stato sempre attratto dagli artisti, che sono esseri fragili e umani».

Valeria si sente, in qualche maniera, affine al suo personaggio: «Anche per me, come per Eleonora Duse, il lavoro è ossigeno; lei aveva la tubercolosi, ma respirava più in teatro, che in una casa di cura in montagna. Non era una star, come non lo sono io: aveva l’idea che migliorarsi umanamente fosse più importante di tutto. Mi ha toccata la sua umanità, il suo voler essere attenta agli altri; tutto questo mi commuove e mi sembra famigliare. Che siano persone morte o vive, io faccio una sorta di “riunioni”, durante le quali interagisco con loro; poi vado sul set, e sono tranquilla. La Duse era nota per i suoi pianti frequenti; era una persona con delle fragilità, ed era importante raccontare la sua storia oggi, in un mondo in cui sembra che debbano essere sempre i forti a vincere».

Federica Checchia