Si conclude, dopo dodici giorni, Venezia 82, l’edizione 2025 della Mostra del cinema di Venezia. E, dopo quasi due settimane di grande cinema, di film belli e di film brutti, di dichiarazioni politiche e di allontanamenti, giunge alla conclusione forse una delle edizioni più ricche della Mostra ma, allo stesso tempo, una delle meno coraggiose. Ad aggiudicarsi il Leone d’Oro finale è il film che segna il ritorno di Jim Jarmusch alla regia cinematografica dopo ben sei anni da I morti non muoiono del 2019. Di certo non un brutto film – racconta tre storie famigliari diverse divise in tre blocchi narrativi: una statunitense, una irlandese e una francese – ma quasi sicuramente non da premio. E, sicuramente, non da Leone d’oro che, per tutti gli addetti ai lavori sarebbe dovuto andare a Voice of Hind Rajab. Cerchiamo quindi di fare un po’ di ordine in questo marasma di polemiche e premi mancati e, soprattutto, di mancanza di coraggio.
La questione inizia, in realtà, fin da prima dell’inizio della Mostra. Anzi, se vogliamo, prima dell’annuncio dei film in Concorso a Venezia 82. Quando il comitato selettivo inserisce un film come Voice of Hind Rajab in nella lista delle pellicole selezionate fa una dichiarazione d’intenti importante: è un film molto politico e molto forte, con un chiaro messaggio. Il film parla di Hind Rajab, bambina palestinese morta sotto i colpi dell’IDF mentre chiedeva aiuto alla Mezzaluna Rossa. Il film si basa sulla vera, straziante telefonata che la bambina fa ai soccorritori, inserita integralmente nel film come parte della narrazione con cui gli attori che interpretavano i soccorritori dovevano confrontarsi.
La conclusione di Venezia 82: una questione di apparenze

Avere un film così tra quelli in Concorso, infatti, ha portato molte figure del settore a domandarsi se non fosse una scelta troppo azzardata per Venezia visto l’impossibilità di un film come questo di non portare a casa un premio. Ed ovviamente, in pieno stile Festival cinematografico che si rispetti, non è andata così. Dopo quelle che voci – ovviamente – di corridoio hanno definito una litigata furibonda tra il presidente della giuria di Venezia 82 Alexander Payne e la giurata Fernanda Torres – si è arrivati a dire addirittura che Torres avrebbe minacciato le dimissioni, un unicum nella storia del Festival – il premio è andato a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch. Ma come si è arrivati a questa inaspettata vittoria?
Le motivazioni sono molteplici. Partendo da quelle ufficiali date da Payne alla conferenza post-chiusura è che entrambi i film sono molto validi, belli ad egual modo, ma non si può dare un premio ex equo e quindi si è scelto o uno o l’altro. Una risposta molto democristiana che non ha convinto nessuno, visto le voci incontrollabili intorno a questa spaccatura della giuria. La versione ufficiosa, invece, racconta appunto di un duplice blocco dentro la giuria del Concorso: chi ha favore della vittoria di Voice of Hind Rajab con a capo l’attrice brasiliana Fernanda Torres e chi contrario, con a capo lo stesso presidente di giuria Alexander Payne. La vittoria del film di Jarmusch è, nel più probabile dei casi, una vittoria di compromesso tra chi voleva la vittoria di una pellicola, chi di un altra: è stata scelta la terza via, quella più tranquilla. The Voice of Hind Rajab si porta quindi a casa il Leone d’Argento quasi un premio di consolazione per un film che avrebbe dovuto portare a casa quasi tutto, se fosse stato possibile.
Mancanza di coraggio
La sensazione è che alla giuria di Venezia – o almeno a quella parte capitanata da Alexander Payne – sia mancato il coraggio. Il coraggio di mandare un messaggio fortissimo. Perché il cinema è anche testimonianza, è corpo che prende voce e voce che prende corpo. Soprattutto quelli martoriati dal genocidio. E la sensazione è che, in una Mostra sempre più americanizzata – sei degli ultimi nove vincitori sono o film statunitensi o legati ad Hollywood – si tenti la strada più semplice, meno rischiosa e quindi meno carica di responsabilità. E, soprattutto, più lontana possibile dalla testimonianza del mondo che viviamo oggi. La strada, ovviamente meno coraggiosa e meno politicamente affermata. Ma questo sentore parte fin dal discorso di apertura della Mostra: Alexander Payne si mostra pacato e con frasi di circostanza sbologna ogni rito o dichiarazione possibile augurando un buon festival a tutti e dicendo, sostanzialmente, che tutti i film sono belli e meritevoli. Un concetto condivisibile, per carità, ma di una pochezza contenutistica unica. E quindi quella linea di non belligeranza, di non abbraccio alla militanza e alla politicizzazione si sono riversati nella decisione sul premio finale. A Voice of Hind Rajab va il Leone d’Argento, mentre alla giuria nessun premio: solo una dose di coraggio, che sarebbe stata molto più utile prima.
Alessandro Libianchi
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