Wild Hearts, recensione: un nuovo metodo di caccia

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Di Pierfederico Sbardella

Dopo quattro anni di sviluppo da parte di Omega Force e pubblicato da Electronic Arts, Wild Hearts si è posto l’arduo compito di rivaleggiare con il capostipite degli “Hunting Games”. I Kemono avranno sopraffatto i Mostri?

Omega Force e la “caccia grossa”

Wild Hearts, recensione
I Kemono posso entrare in stato di furia e intensificare la lotta – credits: dal web

Omega Force, già famosa per i vari Dynasty Warriors, non è al primo tentativo di insinuarsi nel genere: già nel lontano 2013 aveva provato ad inserirsi nel mercato di Monster Hunter con Toukiden: The Age of Demons, titolo per PlayStation Vita e PlayStation Portable, in totale antitesi ai titoli Monster Hunter del periodo, figli della migrazione su console Nintendo. Il gioco riscosse una buona accoglienza in patria (al tempo dominata dal capostipite del genere). Toukiden ebbe anche un seguito, nel 2016, con discrete considerazioni anche nel mondo occidentale, ma nulla che rimase indelebile nel cuore dei giocatori.

Wild Hearts, recensione: Uomo e Natura

Tra i tanti elementi e le caratterizzazioni che la fanno da padrone, in Wild Hearts la trama è uno delle colonne portanti del gioco. Semplice, ma efficace, non sarà solo elemento di contorno per l’attività centripeta di gameplay ( che comunque domina la percentuale maggiore di importanza). In Wild Hearts saremo portati a conoscere e scoprire, per evolvere gradualmente sia le nostra abilità di caccia, sia la nostra capacità di interazione ambientale con i karakuri. Cacciatori di una terra lontana, verremo da prima coinvolti nel trambusto creato dai kemono, entità (sovra)naturali che personificano le forze primordiali di Madre Natura stessa. Questi esseri stanno impazzando attorno ai territori degli esseri umani, “e chi chiamerai??!
Approcciati da uno strano figuro, verremo dotati del potere di costruzione dei karakuri: uno strano dispositivo spirituale si innesterà al nostro braccio e attraverso di esso potremmo accedere alla distintiva meccanica di gameplay di farming e costruzione, peculiarità del gioco.

Wild Hearts, recensione
Gli spiriti ci permetteranno di costruire strumenti indispensabili – credits: dal web

Wild Hearts, recensione: una ricerca di personalità

E’ lampante che nel team di Omega Force ci sia grande passione per gli hunting game.
Una delle cose che traspare maggiormente è la grande attenzione verso l’elemento principale degli hunting game: le “prede”. I kemono sono tutti veramente diversi. Ognuno ha caratteristiche peculiari nel moveset, nel comportamento e, soprattutto, design unici (non la solita massa di squamosi con corna in punti diversi). Ci ritroveremo a rincorrere i Coda del Verno, a schivare le cariche dei possenti Zanna Reale e ad assediare gli immensi Roccia Tonante.
Per farlo avremo fino a otto armi differenti a nostra disposizione, tutte particolari, ma non tutte perfettamente bilanciate.
Unico vero punto debole del gioco, è innegabile che, ad oggi, ci siano armi più performanti di altre, alcune per semplicità di utilizzo, altre per output di danni; altre invece utilizzate principalmente per passione del giocatore o giocatrice di turno. C’è da dire che, data l’ambientazione fantasy orientaleggiante, la scelta delle armi è particolarmente caratterizzata a livello di aderenza storica con quelli che sono stati veri e propri strumenti di combattimento nel sol levante. Dalla katana al nodachi, dal cannone al wagasa. Dalla violenza dalla mazza, alla poliedricità del bastone karakuri.

I mostri unici e le armi verosimili non sono sufficienti?! Il gioco di Omega Force si avvale di una meccanica distintiva che può ricordare qualcosa solo ai giocatori di Fortnite (per essere limitanti).
Grazie al potere conferitoci, potremo evocare gli spiriti per costruire istantaneamente i macchinari che ci permetteranno di confrontarci con i kemono più indomabili.
Possiamo fermare la carica di un Zanna Reale evocando un Baluardo a nostra difesa oppure utilizzare un Frantumatore per abbattere un Spina di Smeraldo. Ci avvalleremo anche di utilizzare costruzioni più semplici come casse a molla per le nostre acrobazie o torce per infiammare le nostre armi.
L’apporto dei karakuri non sarà da sottovalutare nemmeno fuori dal combattimento. Possiamo costruire nuovi accampamenti dove riteniamo più opportuno (se l’area ce lo permetterà), con tenda, fuoco da campo e persino torri di vedetta, per rintracciare i kemono da cacciare. Avremo la possibilità di plasmare il mondo di gioco a nostro piacere, costruendo elementi unici di supporto alle nostre cacce e strumenti di combattimento indispensabili (fidatevi, meglio prenderci dimestichezza).

Wild Hearts, recensione
Attraverso il profondo editor a inizio gioco, ho potuto creare un avatar a mia immagine e somiglianza

Wild Herts: un gioco che va capito

Questa in effetti è una barriera.
Ormai il pubblico è stato fortemente imboccato con le meccaniche, le tempistiche e il gergo di Monster Hunter. Questo perché Wild Hearts evita potentemente la definizione diminutiva di “clone” che altri hunting games possono meritare.
Wild Hearts accetta a piene mani la sfida di cambiare il paradigma, con caratteristiche proprie che lo distinguono nettamente non in peggio e non in meglio: diverso.

Il sistema di combattimento è più dinamico e fluido, ma non facciamoci ingannare. Questo spiraglio apre al classico “easy to play, hard to master” dove i kemono pretenderanno grande dimestichezza con i comandi di gioco e con lo sfruttamento di tutte le meccaniche, karakuri inclusi.
Utilizzare i giusti karakuri con il giusto tempismo sarà inestimabile ai fini della missione. Non provate a giocare senza costruzioni: oltre a diventare tutto estremamente più arduo, si perde una importantissima meccanica di gioco che rappresenta anche la maggiore profondità e particolarità del titolo.
Rimane solo scegliere un’arma prediletta, personalizzarla con le caratteristiche preferite (altro elemento di profondità) e sfidare le forze della natura.

Critica forte che ha penalizzato molto il titolo, è l’instabilità della versione PC al momento del lancio. C’è da sottolinear però che il team di sviluppo è costantemente al lavoro con nuove patch e dal giorno di lancio sono già uscite ben quattro patch che migliorano moltissimo le prestazioni generali e i vari bug riscontrati.

Wild Hearts, recensione: considerazioni finali

Wild Hearts è un prodotto per tutti e non lo è.
Può essere una nuova interpretazione per la caccia per i veterani del hunting game, ma alcuni possono trovarlo un modo troppo diverso di giocare. Può essere il primo approccio per molti curiosi, ma quella di Monster Hunter è chiaramente una community molto più attrattiva (per sole dimensioni e materiale informativo prodotto dai fan).
Insomma, come già detto, la sfida è molto dura, ma Wild Hearts ha tutte le carte giuste.
Provatelo. Ho già detto che è accessibile attraverso il EA Play Pro?

Wild Hearts, recensione: Testato su PC

+ Un modo tutto nuovo di andare a caccia
+ Meccaniche peculiari
+ Le prede sono tutte realmente uniche

– Il gioco ha bisogno di più marketing per farsi valere come merita
– La versione PC ha penalizzato molto il lancio

Voto: 8

Pierfederico Sbardella
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