In un panorama narrativo che si intreccia fra memoria e racconto autobiografico, Zia Margherita racconta di Margherita Bonfilio, pubblicato da SBS Edizioni, si inserisce in un contesto che guarda alla dimensione più intima della narrazione, quella della condivisione dei ricordi. Il libro costruisce il proprio percorso letterario attorno alla figura di Zia Margherita, voce narrante e custode di un patrimonio di esperienze che attraversa il tempo e le generazioni. L’autrice dà spazio a una forma narrativa che richiama la tradizione orale, quella dei racconti tramandati nelle case e nelle famiglie. Non si tratta soltanto di ricordi personali ma di frammenti di vita che restituiscono il clima di un’epoca e il modo in cui le persone affrontavano la quotidianità.
Zia Margherita racconta, il racconto domestico e il ritorno alla favola

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il recupero del racconto domestico come forma culturale e il ritorno alla favola come dispositivo narrativo adatto ad educare. Le storie di Zia Margherita non si presentano come grandi eventi straordinari, ma come piccoli episodi capaci di dar luce alla vita quotidiana; il libro si colloca in quella linea narrativa che valorizza la cosiddetta microstoria, ovvero l’attenzione preposta alle vicende individuali e ai contesti quotidiani. Proprio mediante tali dimensioni apparentemente minori emergono testimonianze autentiche e senza filtri di una società e dei valori che la compongono.
La struttura dell’opera si costruisce attorno a un luogo fantastico, l’Isola Felice, dove animali antropomorfi e personaggi fantastici vivono le loro piccole avventure, affrontando le sfide di ogni giorno. Tra questi spicca la papera Teodolinda, una sorta di figura guida che accompagna il lettore in un mondo fatto di scoperte, amicizia e collaborazione. L’ambientazione fiabesca non è soltanto un espediente narrativo; diventa lo spazio in cui l’autrice propone una riflessione accessibile sui valori del rispetto e della solidarietà. In questo senso, il mondo letterario di Bonfilio si avvicina moltissimo alla favole favole di Esopo, Fedro o Jean de La Fontaine per contenuto e, per estetica e dialoghi, agli universi di Jill Barklem e Beatrix Potter.
Dal punto di vista stilistico, l’opera privilegia una scrittura lineare capace di conservare il ritmo e il calore proprio della narrazione orale. L’utilizzo del linguaggio semplice si configura in una strategia narrativa precisa; avvicinare il lettore alla dimensione del racconto familiare, laddove un tempo ci si riuniva attorno ai focolari per ascoltare storie. Una dimensione antica che Bonfilio ricrea sapientemente in queste pagine; è proprio questa immediatezza che rende la lettura autentica, accostando l’esperienza letteraria a una possibile voce narrante che rimanda alla tradizione orale.
La tradizione della favola che incontra il presente: animali parlanti e simboli universali
Se il mondo narrativo dell’Isola Felice serve a parlare ai bambini di oggi, Teodolinda è una figura quasi pedagogica che accompagna i protagonisti nelle loro esperienze. Si tratta di una presenza rassicurante che orienta i giovani lettori alla scoperta dei valori fondamentali come la solidarietà e l’amicizia. Margherita Bonfilio si inserisce nella lunga tradizione della favola con animali antropomorfizzati, schema che rimanda al modello della letteratura classica per l’infanzia. Gli animali parlanti consentono di raccontare comportamenti umani in modo accessibile e immediato, trasformando ogni storia in un piccolo scrigno di sapienza. Tuttavia, la dimensione educativa non diventa mai esplicitamente didascalica.
Il messaggio nasce, invece, dall’esperienza dei personaggi e dalle conseguenze delle loro azioni. Ogni avventura popolata da creature fantastiche diviene spazio immaginativo che affronta una riflessione su temi universali: l’importanza della gentilezza, l’empatia, il rapporto con la natura. Non si percepisce uno schema da predica o rigido, quanto una dimensione didattica e pedagogica volta alla scoperta: ogni avventura conduce a un rivelamento morale che si tramuta anche in possibilità.
La fantasia come strumento di conoscenza
Proprio attraverso la forza simbolica dei personaggi, l’opera si inserisce in quella tradizione della letteratura educativa che considera la fantasia non come evasione bensì come forma di conoscenza. Il valore delle storie di Zia Margherita racconta non si limita al divertimento: si tratta di lunga tradizione pedagogica che considera la fantasia una vera e propria forma di conoscenza. Come osservava Jean Piaget, psicologo svizzero, il gioco simbolico e l’immaginazione permettono al bambino di esplorare il mondo, sperimentare ruoli e situazioni e sviluppare le proprie capacità cognitive. Il ‘far finta’ permette ai bambini di interiorizzare la realtà, creando una forma di assimilazione che aiuta all’elaborazione di vissuti emotivi e del mondo di cui il piccolo si circonda. L’utilizzo della fantasia per la rappresentazione della realtà sviluppa il pensiero astratto, il linguaggio e la creatività.
Allo stesso modo, Lev Vygotskij, psicologo e pedagogista sovietico, sottolineava come il gioco e la fantasia fossero strumenti attraverso cui il bambino interiorizza valori, regole sociali e concetti astratti. In questo senso, le avventure dell’Isola Felice non sono solo racconti piacevoli e amabili ma diventano una palestra immaginativa in cui i lettori più piccini imparano a capire se stessi e gli altri, trasformando la lettura in un’esperienza educativa attiva.
Il ruolo della memoria nella trasmissione culturale
Al centro del libro emerge anche una riflessione implicita sul ruolo della memoria nella trasmissione culturale. Le storie raccontate da Zia Margherita non sono solo ricordi individuali; il racconto diviene un’esperienza vissuta sì in un altro tempo ma che continua a parlare nel presente. Oggi, in un’epoca contrassegnata dall’immediatezza dell’informazione e dalla digitalizzazione completa, il racconto lento invita a non sottovalutare una dimensione utile a riscoprire l’importanza dell’ascolto e della narrazione, intesi come strumenti di continuità culturale.
Nell’opera Zia Margherita racconta, le storie imbevute di nostalgia e quotidianità ricordano al lettore quanto le esperienze più semplici possano, invece, essere foriere di significati profondi. In questo senso, il libro di Margherita Bonfilio si pone come ponte dialogico fra passato e presente; nessun effetto straordinario o spettacolare, ma la forza della semplicità che trasforma la memoria in narrazione condivisa.
Zia Margherita racconta, il ricordo come forma di resistenza culturale
In un momento storico in cui la velocità della comunicazione è sempre più predominante, opere come Zia Margherita racconta riportano al centro il valore del racconto lento e della memoria narrata. Il ricordo, in questo senso, diventa una forma di resistenza culturale in un tempo in cui la velocità fagocita le esperienze; il risultato è un testo che non solo invita a riflettere sul ruolo della memoria ma anche sul ruolo del ricordo nella costruzione dell’identità individuale e collettiva.
Qualunque tipo di rimembranza custodita e trasmessa non è soltanto un frammento di passato, ma una vera e propria forma di continuità. In un’epoca in cui la letteratura per l’infanzia spesso rincorre modelli seriali o sensazionalismi, Zia Margherita racconta sceglie la tradizione che si inserisce in un contesto di attualità: storie brevi che raccontano la gentilezza e la fantasia. Un libro che invita a riscoprire il valore della narrazione come strumento di crescita e, soprattutto, come momento di condivisione tra generazioni.





