Un pericoloso cammino invernale/infernale attraverso lande desolate, viaggio distopico tra la vita, la guerra e la morte, in fuga per la sopravvivenza. Gigante è il paesaggio selvatico nel quale gli occhi dei protagonisti si perdono, apparentemente senza scampo, e Gigante è anche il nome dell’artista-pittore di questo quadro vagabondo, opera a metà strada tra estetica pulp, fumetto e Anime giapponese, Jack London e Joseph Conrad, Cormac McCarthy e Thoreau. E’ il suo album d’esordio e si intitola “Himalaya”.

Nove brani per mezz’ora di musica: un epico album a tema come in altri tempi era di gran moda e che ancora oggi, se e quando il progetto è ben strutturato e a fuoco, come in questo caso, risulta assai stimolante. Lavoro imbevuto della grande letteratura di viaggio: tanto i classici moderni e contemporanei (da “Walden” a “Cuore di Tenebra” passando per “La Strada”, “Into The Wild” e “Il Richiamo della Foresta”) offrono ispirazione e camminano al passo – complice forse l’età anagrafica di Ronny Gigante – quanto altre suggestioni malinconiche e post nucleari si legano all’animazione seriale giapponese anni Ottanta (su tutti, ‘Ken il Guerriero’) ma anche al ‘Western Pop’ di Quentin Tarantino o alla ‘New Hollywood’ dell’età dell’oro declinata sul genere.

Ronny Gigante ritratto in una delle foto ufficiali.

Al centro, musicalmente parlando, non ci sono le solite chitarre ma l’Ukulele e questa ‘messa in scena’, assieme alle atmosfere che abbiamo poco fa tratteggiato, rappresenta di per sé un eccitante rischio, una scommessa, una piccola/enorme novità rispetto alle produzioni indie italiane che, nove volte su dieci, trovano il purosangue vincente in un ibrido sonoro e testuale lontano davvero anni luce dalle vicende umane cantate in questo album.

L’impalcatura dei brani è appunto affidata al suono esotico, acustico dell’Ukulele – chitarrina di origine portoghese/hawaiiana qui trasfigurata verso un sound di matrice folk rock – affiancato a una sezione ritmica solida e serrata e a tastiere/synth cui spesso è affidato il compito solista di stendere colori, atmosfere in armonia e assonanza al bel timbro vocale di Ronny Gigante.

Di tanto in tanto spuntano i fiati, soprattutto le trombe a dare un sapore gitano e ‘di frontiera’, così come l’imponente richiamo del Didgeridoo in un istante ha il potere di trasportarci nei gli stessi territori inesplorati e inospitali attraversati a fatica dai protagonisti.

E’ una storia di soffice malinconia e poche reali speranze, una fiammella di vita prigioniera di un mondo martoriato da guerre e disastri atmosferici, dominato dalla legge del più forte ma anche dalla lussureggiante vista di deserti innevati, fiumi, boschi e montagne. Su tutto, la necessità di unirsi in gruppo per darsi coraggio nella ricerca di qualcosa in cui credere.

Anche qui, come del resto in ogni altra opera creativa, possiamo individuare precedenti più o meno illustri, artisti influenti la cui lezione artistica in qualche modo riverbera tra le ‘illustrazioni’ di “Himalaya”: Iosonouncane, Colapesce e forse anche alcune pagine dei Baustelle per quanto riguarda gli italiani; Beirut e i Calexico tra gli stranieri. Ma per quanto possa essere stata sontuosa la sorgente, il fiume è da subito libero di scorrere e fluire seguendo strade proprie e convincenti. I videoclip finora pubblicati (potete guardarli qui, qui e poi anche qui) offrono un racconto per immagini ricco tanto quanto quello affidato al coté musicale.

Due brani su nove sono strumentali ma mai come in questo caso risulta poco utile segnalare un brano al di sopra degli altri: consigliamo infatti l’ascolto dell’opera per intero, respirandola e vivendola dall’inizio alla fine, come si farebbe con un film, un romanzo o appunto una serie tv d’animazione nipponica.
Soltanto in questo modo – crediamo – si potrà cogliere per intero il fascino di un lavoro che già da ora si staglia come uno dei più interessanti dell’anno e degli ultimi tempi, al di là di tutte le altre chiacchiere, polemiche ‘a priori’ o aspettative plasmate tra addetti ai lavori.

Il merito è di Ronny Gigante (i ben informati già lo conoscevano in qualità di bassista dei Moustache Prawn), dei suoi musicisti e dei tecnici: loro l’hanno immaginato, scritto, arrangiato e infine registrato. Due date applaudite hanno già dato il ‘La’ concertistico alla prova fatidica del Live. La tournée riprenderà il 22 marzo da Bologna e a questo punto siamo molto curiosi di salire e scendere dal vivo gli impervi sentieri che conducono all’ “Himalaya”.

Ariel Bertoldo

Artista: Gigante
Album: Himalaya
Etichetta: MarteLabel
Genere: Indie Folk
Durata: 9 brani per 30 minuti