Il ritorno a casa. Un amore che attende decenni. Un’uomo che affronta un viaggio per tornare a casa dalla sua famiglia. Come fa l’Odissea a non essere il terreno e la storia perfetta per un regista come Christopher Nolan? I presupposti e gli stilemi che hanno accompagnato la cinematografia di stampo nolaniano ci sono tutti, da Memento in poi. Il viaggio, l’amore, una donna da ritrovare: tutti topoi che il regista britannico non ha mai nascosto e ha sempre affrontato. Ed è anche per questo (al di là del nome di Nolan alla regia) che The Odissey era ed è così atteso. Il mito fondativo della cultura mediterranea riproposto e rivisto dagli occhi di un regista inglese dalla forte impronta statunitense, con tutto ciò che questo ne consegue. Ed è anche normale che, ad accompagnare il film, ci siano state milioni e milioni di polemiche, alcune legittime, altre decisamente meno. Ma, al netto, quello che conta nell’economia critica e cinematografica, non sono le critiche a buon mercato e per partito preso, né le discussioni sulla legittimità di un operazione di (non è un reato dirlo) effettiva appropriazione culturale. Non è un territorio semplice quello dell’Odissea, va detto. Sia per portata, sia per difficoltà nel saper trasporre una storia che abbraccia usi e costumi decisamente diversi dai nostri e che, ora, è luogo cerimoniale e di studio, più che di vero e proprio racconto. Il mito resta il mito, l’epica resta l’epica e il romanzo resta il romanzo: cose completamente agli antipodi, lontane millenni (letteralmente) e, in quanto tali, lontani sono i modi di poterle rappresentare.
È quindi evidente che nessuno sarà mai d’accordo. È evidente come una fedeltà cieca all’epica non è né plausibile né possibile. L’Odissea era ed è, ancora oggi, un testo in divenire, un prodotto che ogni cantore modella a seconda della sua visione, del suo modo di intendere il racconto. Non è una statua immobile come Atena all’entrata di Troia, ma un racconto orale, corale e immateriale che ha assunto migliaia e migliaia di forme e versioni. E, per quanto le polemiche sulla fedeltà storica siano in parte legittime e comprensibili, visto che l’epica non è un racconto qualsiasi, ma una narrazione a cui i contemporanei credevano come realtà storica e materiale, quindi racconto di un certo periodo storico e di una certa epoca, una volta che L’Odissea inizia, una volta che le musiche di un gigante come Ludwig Göransson vibrano insieme alla corda dell’arco di Odisseo ed entrano nelle ossa, una volta che l’epica nolaniana invade lo schermo e le pupille di chi guarda, le polemiche se le porta via il vento. Christopher Nolan da un lato sembra adagiarsi sul solo spettacolo filmico, sul solo cinema delle attrazioni in cui l’immagine diventa simulacro, unica via e forma. Da un altro lato, sembra voler tentare di raccontare la complessità dell’epica omerica a tutti, a buon mercato, ad ogni tipo di pubblico, soprattutto a chi non lo conosce e non ne ha mai sentito parlare, come molto pubblico americano. A chi guarda e a chi giudica sta l’ardua sentenza e il lato della barricata verso cui affacciarsi: se quella del creatore e plasmatore delle immagini o se quello del maestro in grado di bilanciare tutti, ma proprio tutti gli aspetti di un industria sfaccettata come quella cinematografica. Resta il fatto che The Odissey è un opera gigantesca per portata, costi ed esperienza. Ed è esattamente il motivo per cui la sala resta e resterà il luogo rituale del cinema.
Odissea: tradurre è tradire

Viviamo oggi nel dominio dell’immagine. Sia circondati da simulacri, simulazioni, schermi di varie grandezze. Il racconto orale non esiste più e tutto viene tradotto in immagine e restituito alla vista. La tradizione orale dell’Odissea è qualcosa di profondamente lontano da noi, di distante e inafferrabile. Allo stesso tempo, però, viviamo nel pieno ritorno dell’epica: questa è l’era della condivisione, della connessione, dei racconti transmediali che strabordano dal loro luogo per pervaderci, raggiungerci ovunque noi siamo. E siamo circondati da supereroi, da potenti Dei dalle sembianze umane capaci di imprese impossibili e di grandi battaglie. Siamo circondati dal concetto di epica come racconto ed esperienza condivisa e da condividere, ma abbiamo perso la capacità di narrare oralmente, di ascoltare un racconto che può assumere migliaia di forme. E Nolan, pieno rappresentante di un cinema contemporaneo, con l’Odissea sembra proprio voler fare questo: tradurre in immagine quella tradizione orale che ha dato via al mito e al racconto epico. E ogni atto di traduzione è, sempre, un atto di tradimento. Traditrice dei suoi luoghi, dei suoi volti, anche delle sue storie, perché no. Ma quello che Nolan restituisce al pubblico è un racconto tanto nuovo quanto conosciuto, capace di travalicare le forme del racconto per dargli nuova forma. E il regista inglese allora si fa cantore della modernità, cantore e narratore di una storia immortale che trova vita e luogo anche oggi. La sensazione, lasciandosi abbracciare dalle “pallide braccia di Atena” e dal “multiforme ingegno” di Odisseo, è di respirare, vivere le sensazioni e l’immaginazione di chi ascoltava i poemi omerici con forma nuova, quella cinematografica.
È un racconto fatto di racconti, rimandi, non detti e sentiti dire. È l’incessante ascoltare, e tradurre per immagini, il racconto di un’odissea, di un viaggio infinito senza una verità pura. Menelao a Telemaco, Femio nei banchetti a Itaca. Proprio come qualsiasi altro film di Nolan, l’Odissea è un susseguirsi incerto di narrazioni, salti, flashback e non linearità. Ma questa volta al servizio di un racconto a sua volta non lineare, non legato alla temporalità e che racconta – proprio come faceva Oppenheimer, tra l’altro – la fine di un epoca con la distruzione delle sue leggi, delle sue regole verso un ignoto nero e buio. Da un lato la bomba atomica, dall’altro il cavallo di Troia: due strumenti di morte e rinascita, due simboli e simulacri di distruzione e alba su una nuova epoca attraverso il racconto dei suoi uomini, in tutte le loro fragilità. Perché – grande merito di The Odissey – Ulisse non è un Dio, non è una figura mitologica inscalfibile ma è rappresentato come un uomo fallace, pieno di difetti, a volte anche odioso nella sua ottusità. Una forma di dramma morale che viene presa dal passato ma ritorna, attualissima, ancora oggi. Un mondo in cui si seguono uomini e si rispettano leggi. Ma quelle stesse leggi e quegli stessi uomini significano condanna alla distruzione e al buio. Riattualizzare una storia immortale come l’Odissea è forse uno dei grandi meriti del film di Nolan, in uno dei compiti più difficili per un cantore moderno. Saper usare le logiche narrative moderne e attuali al servizio di una storia antica parlando di noi è un compito che forse solo Nolan, oggi, poteva portare a termine.
Il mito
E ciò che a Nolan sembra interessare del poema omerico è proprio il suo essere così, paradossalmente, traducibile per immagini cinematografiche. È Christopher Nolan allo stato puro: cinema come artefatto che connette un mondo lontano come quello dell’antica Grecia e lo riporta a noi sotto nuova forma. Siamo spettatori e allo stesso tempo ascoltatori di un canto tanto vecchio quanto nuovo. Ma l’Odissea non è esente da difetti, ovviamente. Innegabile che quella necessità di traduzione – o, ancora meglio, di esplorazione – del mito attraverso gli occhi di Hollywood non riesca a restituire tutta la grandezza del mito nei suoi personaggi e nei suoi interpreti. Le scelte di cast, dettate da evidenti logiche commerciali e industriali si traducono in una finzione che torna sempre a galla nell’esatto momento in cui ci immergiamo nelle acque del mediterraneo insieme ad un Odisseo (ovvero Matt Damon) non adattissimo. Ma così come la maggior parte dei volti, dei corpi di questa Odissea, troppo grandi e ingombranti per riuscire a risultare totalmente credibili. Solo Eumeo (un gigante John Leguizamo) nascosto sotto gli occhi vitrei della cecità, riesce a reggere e anzi, a tenerci dentro con tutta la forza. Costumi non sempre all’altezza del racconto e diverse sbavature nella parte centrale (soprattutto in certi dialoghi, al limite del didascalico), rendono l’Odissea un film imperfetto ma, forse proprio per questo, ancora più affascinante. Entrando in sala bisogna lasciarsi trasportare per mare dal racconto di Nolan, abbandonarsi a lui e al mito. Una volta capito questo, la salsedine e l’acqua vi colpiranno con tutta la forza con cui Poseidone ostacolava il ritorno a casa del re di Itaca. L’epoca del bronzo si conclude, si va verso una nuova alba e un nuovo mondo. E chissà se con The Odissey non si vada verso un nuovo modo di guardare al mito e, soprattutto, di guardare il mito al cinema.
Alessandro Libianchi





