Quello cui assistiamo con Robin Hood: il prezzo del sangue, diretto da Michael Saronovsky (Pig, A Quiet Place) è un’interessante visione del leggendario bandito. Una storia visionaria e filiforme che lascia la contemplazione sonora e visiva su un mondo che parla ancora di noi.

La sinossi

Dopo anni trascorsi lontano dalle battaglie e dalle imprese che hanno alimentato la sua leggenda, Robin Hood è un uomo vecchio, consumato dalle ferite del passato e dal peso di un nome che ormai lo perseguita, ben distante dai canti di eroismo per cui tutti lo ricordano. Consapevole del terrore che ha diffuso, del sangue innocente versato per nessun motivo, Robin non desidera che una morte onorevole. Quando il compagno di una vita Little John lo ritrova, la richiesta d’aiuto dell’amico che ha visto portarsi via la famiglia e la casa che aveva a sua volta rubato ad un certo Edward pare l’occasione giusta, per Robin, per andarsene con onore… Ma se le forze del leggendario fuorilegge sono calate, il mondo è rimasto lo stesso, e con esso, immutata è la sua brama di sangue.

Un ritratto originale

Presentato come uno spietato assassino, nell’era delle sue ultime primavere, Robin Hood ci porta in un viaggio a strapiombo sui mari del Nord, e sopra le vette irlandesi, per farci assaporare l’antica umanità medioevale che gli ha dato origine. Quello che però fa andare fuori binario gli spettatori non è solo la sorpresa di vedere Hood uno spietato killer, e mendico di umanità, ma la scoperta che il film non assurga affatto ad una narrazione epica, anzi. Quello che abbandona è proprio l’idea stessa di una narrazione. Il film infatti si compone come una silloge di visioni e frammenti, ora solo sonori, ora solo visivi. Attimi sensoriali, legati – nella prima parte – dal tema del viaggio e dello scontro con i nemici (scene di combattimento di grande impatto visivo e violenza splatter). E nella seconda parte – dal tema della cura, della sacralità, e poi, della morte.

La vita votata alla violenza

Un percorso quasi ermetico, che abbandona l’epica e l’agiografia, per farci perdere in un mare letterario che di fondativo non ha nulla, se non il dispiegamento che la storia stessa sia questo: lotta, sofferenza, violenza cieca, perdizione. Robin Hood, ormai sempre più debole e privato del suo amato compagno Little John, fa un bilancio delle morti che ha causato. E ciò che più lo macchia come personaggio non è la quantità di morti perpetrate – seppur fatte per riuscire a beneficiare i poveri – ma il fatto di aver dimenticato anche i loro nomi. Confermandosi così un uomo senz’anima, o almeno finché non arriva al monastero che lo curerà. Per quasi tutto il film Robin Hood è il riflesso dell’arena violenta che è il mondo stesso.

Il suono del passato

Ciò che di tecnicamente valido traiamo dal film targato I WonderPictures è il comparto scenografico e musicale. Il regista ha eletto una visione del tutto coerente del 13esimo secolo. Intessendo ballads irlandesi, panorami a strapiombo sull’acqua, nebbia boschiva e profili montuosi di grandissima suggestione. Ciò che resta addosso è proprio la sensazione di aver scoperto la verità, anche solo sensoriale, del mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Un mondo medioevale, in connessione con la natura e con il divino, ma percorso da un’insensata spietatezza.

Nient’altro che il seme violento che sarebbe germogliato nell’era contemporanea, seppur deponendo l’uso di frecce e faretre. Ad elevare la potenza del film c’è anche soprattutto un potentissimo Hugh Jackman (Prisoners, Logan – The Wolverine) che sa come fare dello sguardo un potente strumento linguistico. Il suo Robin Hood è fiero, granitico, forte. Eppure, grazie alle sue impeccabili doti attorniali, porta sempre su di sé un’aurea tragica, che corrobora il suo statuto di anti-eroe. Il film, con una narrazione ondivaga e purtroppo poco coinvolgente, riesce comunque a raggiungere il suo scopo pittorico. Robin Hood-il prezzo del sangue è un’opera visivamente potente, che vive di racconti mai visti, nomi dimenticati e la sensazione di un mondo in rovina che continua a cantare le sue antiche leggende.

Anti-filologia del mito (spoiler)

Non c’è niente di eroico o lodevole in Robin Hood, se non la sua causa umanitaria. Ma a quale prezzo? Qual è il prezzo del sangue, che scorre sui cadaveri che si lascia dietro? Di certo il film fa supporre che sia un prezzo così elevato da riuscire a piegare l’imponente sagome del bandito fino al rasentato suicidio finale. Una morte da martire, quella alla quale si consegna, con una sacralità dell’atto che lo approssima ad un santo. Santo e demone sono le due nature che convivono in questo Robin Hood decadente che vuole lasciare un ultima silloge visionaria del suo mondo. Un mondo medioevale, in cui uccidere è la natura dell’uomo, di più di mille anni fa, ma anche di oggi.

Al contrario però, il legame che poi si crea tra Robin e Margaret (figlia di Little John) è la prova dei propositi buoni del bandito, forse solo incattivito da un sistema di cruda sopravvivenza. Cosa sarebbe stato Robin Hood se avesse accolto nel cuore la lezione del monastero che ha lenito le sue ferite? Non potremo mai avere la risposta, ma di certo sappiamo adesso che un personaggio leggendario può essere demolito, tradito, raccontato in tanti e svariati modi.

L’Odissea, Robin Hood

Il fatto che contemporaneamente ci sia in sala un altro grande film come L’Odissea di Chritopher Nolan ci fa riflettere. Viviamo con il desiderio quasi biologico di capire noi stessi, il nostro passato, le epoche che ci hanno preceduto. I classici sono destinati ad essere tradotti, e come vuole l’etimologia latina del verbo, traditi. Se l’Odissea di Nolan è una traduzione abbastanza fedele dell’opera omerica, Robin Hood vuole invece rovesciare il modello, o meglio, svelarci la mendace tradizione che lo ha tradito- traghettato- fino a noi. Sarà pensato controproducente affidarci ai miti del passato, credendoli reali, palpabili, perché fin quando non capiremo l’uomo non ci sarà alcuna storia mitica capace di elevarsi a modello.

Anti-filologia del mito

Dove risiede la verità? La filologia dinanzi al racconto mitico perde la sfida. Se il mito – mythos – è un racconto, il racconto può cambiare significato e far nascere nuove idee. Ciò che resta imperituro è l’aurea mitica del personaggio. Saronovsky ne consegna una più cruda, più sanguinosa, ma anche più concettuale e filosofica. Come nel caso delle critiche all’Odissea, abbiamo ben compreso che non esiste una versione veramente corretta di un racconto mitico, specialmente se risalente a più di duemila anni fa. E non c’è critica filologica che regga dinanzi a misteri letterari come quello che avvolge la letteratura omerica. E lo stesso si può dire di personaggi come il bandito Robin Hood, glorificato dai bambini e ora restituito sporco di sangue. Finché ci sarà qualcuno che ricorderà chi è stato Robin Hood sarà sempre possibile tradurre il suo mito e quindi – connaturalemnte – tradirlo. Questa è la sfida che ha accolto il regista e che accoglie il cinema tout court, reinventare un racconto, alla disperata e mai come oggi, rassegnata ricerca di chi siamo e quale mondo consegneremo a chi verrà dopo di noi.

Doriana Gatta