Qualche tempo fa, a seguito di una delle mie misantrope letture (e parlo del periodo in cui ancora ci nascondevamo sotto il piumone con tazzoni di cioccolata calda e calzettoni di spugna ascellari) ne venne fuori una riflessione niente male sul concetto di solitudine.
Le parole recitavano come segue: “Mi sono spesso chiesto se la solitudine esaspera la sensibilità o se si sceglie la solitudine perché si è esasperati dalla sensibilità”. La domanda che ne verrebbe fuori prenderebbe in considerazione due elementi fondamentali, più o meno evidenti, alla base dell’ animo umano: la solitudine e la sensibilità. Capire dunque se l’ una esiste in virtù dell’ altra, se siano perfettamente complementari e necessarie, capire se l’ una è all’ origine dell’ altra o viceversa.
Di solitudine sicuramente ne avrete sentito parlare molto. C’ è quella forzata, quella ricercata, e, a seconda delle contingenze, assume le sembianze di un demone o di un dio rivelandosi una terribile condanna o una meravigliosa conquista. C’è chi la rifugge e chi invece aspira ad essa.
In altre parole, non vi è una vera e propria via di mezzo tra i due capi del filo tale per cui si possa amarla o disprezzarla soltanto per metà!
L’ ambito in cui oggi andremo a ricercare il concetto di solitudine è quello dell’ Arte, analizzando più da vicino i principali artisti che a seconda della propria sensibilità (per l’ appunto!) ma, soprattutto, a seconda del proprio vissuto, hanno scelto di raffigurarla attraverso forme, colori, luci ed ombre.
In tutta onestà, fare una cernita non è un gioco da ragazzi in un contesto del genere tanto ampio, quanto discusso. Di dipinti ed artisti ce ne sono un’ infinità, sarebbe inconcepibile affacciarsi ad ognuno di loro, pertanto ci concentreremo su personalità di spicco che, memorabilmente, hanno messo un punto nel grandioso mondo dell’ Arte.
Tanto per cominciare, chi di voi non ha mai sentito parlare di Edward Munch? Penso che, anche solo per sentito dire, il suo nome sia arrivato alle vostre orecchie. Ebbene, Munch fu un artista norvegese dalla vita non molto facile. Subì diversi lutti familiari e nemmeno l’ amore riuscì a salvarlo dal momento che “amore fa rima con dolore…”.
Figlio dell’ Espressionismo, come tutti gli artisti che aderivano a questa corrente pittorica, la volontà era quella di rappresentare attraverso il dipinto si la realtà, ma vista non dall’ esterno, bensì da un occhio critico interno, capace di darne una lettura molto più profonda ed introspettiva. Spesso negli espressionisti ritroviamo infatti delle aberrazioni e delle esagerazioni deformanti e deformate di stati d’ animo vissuti dall’ artista. Stati d’ animo metabolizzati individualmente e raccontati sulla tela attraverso pennellate violente e tinte verosimilmente minacciose.
Edward Munch approcciò all’ arte proprio in questo modo. L’ opera che per eccellenza comunica questa sua condizione di sofferenza, mista ad angoscia e solitudine, è il celebre “Urlo”.
“Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue, mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.
Queste le parole tratte dal suo diario, prodromo della realizzazione del quadro.
In primo piano, una sagoma informe. La rappresentazione dello stesso artista che ha voluto raffigurarsi mentre grida, simbolo di repulsione e di mancata accettazione della società del suo tempo, superficiale finta, ipocrita. Colori di forte impatto, elevato contrasto: un cielo in fiamme che a tratti fa sentire costretti, l’ acqua oscura che non lascia spazio ad alcuna via di fuga. Sembra quasi essere catapultati all’ inferno. Tutto si traduce in un senso di claustrofobia ed insofferenza che pervadono lo spettatore smarrito fra quegli inconfondibili tratti.
Un urlo rimasto silente ed inascoltato da parte di chi, sul fondo della strada, avanza con tanta indifferenza (condizione rimarcata dall’ assenza di un volto nei passanti).
Si tratta di un’ opera cardine in cui l’ artista non lascia spazio a seconde letture. Emerge il suo rapporto contrastante nei confronti della vita, sempre volto alla solitudine più amara. Una negatività che, aspramente, fa da filo conduttore tra una creazione e l’ altra. Non solo L’Urlo, la solitudine si ritrova ovunque: “Inger sulla spiaggia”, “Melancolia”, “L’ansia”, “Night in Saint-Cloud”, “Occhi negli occhi” e molti altri ancora.
Solitudine come fonte di ispirazione o come condizione esistenziale?
Tuttavia, ad esser stato battezzato “il pittore della solitudine e dell’ attesa” è l’ americano Edward Hopper.
Siamo catapultati in tutt’ altra era, sono gli inizi del 900 e altrettante sono le motivazioni che Hopper ebbe alla base della sua pittura, per cosi dire, solitaria. Stavolta, le pennellate non sono violente, ma ricreano ambientazioni incredibilmente realiste.
La condizione di desolazione ed isolamento esistenziale spiccano nelle sue raffigurazioni: scene di vita quotidiana, anche casuali, che ritraggono donne e uomini nei caffè, durante una lettura, in una camera da letto, al cinema. Sono spesso donne o uomini soli, con sguardi assenti o persi al di là di una finestra aperta avanti ai loro corpi statici, donne e uomini che percepiscono la distanza nei rapporti umani, incolmabile neppure con l’ amore fisico.
Figure che mancano di comunicazione, di complicità, figure sole.
L’ essenza dell’ arte hopperiana trova origine nella crisi degli anni 30 e nel successivo ingresso degli Usa nella seconda guerra mondiale. Due avvenimenti che hanno portato alla genesi di un clima di grande sconforto fra gli uomini del tempo.
Hopper è così riuscito a catturarlo e a farlo suo, impressionandolo sulla tela attraverso giochi di volumi e prospettive, di colori audaci ma mai eccessivi, accostati nel modo più naturale possibile e dal forte impatto visivo. E’ stato impeccabile ed esemplare nel ricreare una solitudine dalle note sublimi e delicate, servendosi di una luce tanto fredda quanto avvolgente al tempo stesso. Non c’ è tormento come in Munch, bensì un placido silenzio che ricrea attese solitarie ricoperte, alle volte, da un sottile velo noir.
Opera iconica? “Nighthawks “(I Nottambuli).
In Giorgio De Chirico, pioniere della pittura metafisica, la solitudine viene vissuta ed esplorata secondo un’ ottica differente: la solitudine dell’ uomo moderno in un ambiente del tutto estraneo.
Sicuramente ad enfatizzare questo orientamento artistico è stato il background culturale. Anche per lui il periodo storico non è stato dei migliori: le due guerre mondiali, il Fascismo, senza tralasciare l’ elevato ascendente che su di lui hanno avuto filosofi del calibro di Schopenhauer e Nietzsche, tutto, inevitabilmente, ha avuto delle ripercussioni e delle influenze sull’ artista che ne ha fatto man forte nella sua pittura.
Mancanza, abbandono, inquietudine, silenzio. I primi dipinti con le più famose piazze italiane deserte ed i successivi manichini senza volto. Prospettive sballate e colori “fuori luogo”.
Tutto così innaturale, così freddo, enigmatico, paradossalmente illogico e sbilanciato, tutto magnificamente superbo!
E’ proprio questo il punto! Non cercare necessariamente una spiegazione od una soluzione a tutto ciò che si osserva. Piuttosto, lasciare spazio all’ inconscio facendoci guidare oltre la realtà empirica e perdersi nell’ esistenza di un sogno.
Stefania Conte





