Emilio Stella è un cantautore romano, ha 35 anni e “Suonato” è il suo secondo album, pubblicato a sette anni di distanza dall’esordio cui, a sua volta, ha fatto seguito una lunga teoria di canzoni edite singolarmente, recepite con curiosità e premiate da buon successo tra radio, Tv e Internet.
Dai tempi del debutto Emilio ha fatto molta strada, ha avuto modo/tempo di riflettere lungo il cammino. Cadendo e rialzandosi, osservando e ascoltando per poi sentire, vivere e infine raccontare: penne consumate, nuvole di fumo e birre vuote sul pavimento, fogli di carta che volano via per i vicoli dei quartieri popolari sulle ali di un accordo di chitarra acustica.
Il risultato gira già intorno al suo nuovo disco, un lavoro maturo, completo, molto eterogeneo. Un voce e un messaggio che si fanno spazio in mezzo a un ex-popolo mai così solo e incattivito nella sua involuzione antropologica che lo ha mutato in generica folla consumatrice.
La realtà di Emilio è minacciata da ombre lunghe, eppure è anche scossa da occasionali barlumi di vero incanto, che non è mai là dove lo immagineresti.
La sua città, micro/macro cosmo, è raccontata (dal Capitano, Francesco Totti, fino alla gattara di periferia) con ironia dolce-amara, tra malinconie, graffi esistenziali, disillusioni ma anche luminose speranze. Sono canzoni che sfidano la gravità, giocando ad essere leggere (senza suonare banali) e profonde (senza risultare noiose). Talvolta l’azzardo è una scommessa vinta: non sempre, ma l’importante è lottare.
Prendendo in prestito le parole dell’autore, il suo è “un album che nasce osservando il quotidiano da un angolo di periferia, per aprirsi poi a diversi punti di vista, sorvolando con lo sguardo oltre le case popolari, oltre i centri commerciali, dove c’è uno squarcio di cielo, una speranza. Nasce dall’esigenza di descrivere la società di oggi, che ci obbliga a combattere con noi stessi e con i draghi, con le nostre paure.
Le canzoni sono un modo per vincerle. Talvolta arma, talvolta scudo”.
E il titolo non è altro che “il doppio senso che c’è tra l’inizio di un percorso musicale fatto insieme ad una band e la metafora pugilistica di chi risente dei colpi presi nella propria carriera. E’ uno stato d’animo”.
Il disco raccoglie 11 canzoni abbigliate col vestito più adatto: tra le pieghe e i bottoni troverete folk elettro-acustico e tradizione popolare italiana (tarantelle del Sud e stornelli romaneschi virati in pop-rock), tentazioni caraibiche, pezzi che fanno saltare e ballare e altri riflettere; ma soprattutto melodie efficaci messe in risalto dagli strumenti di vola in volta solisti. Organi, fisarmoniche, violini, clarinetti, tromboni.
E una scrittura, una cura timbrica e sonora che pagano rispettoso tributo ai grandi artisti del passato senza perdere di vista la propria identità.
Il sound riverbera infatti in modo personale: senza troppi filtri, frutto di una ricerca avvenuta soprattutto suonando in giro (nei live club, nelle piazze e nelle sale prove) e poi raffinando, cesellando il tutto in studio di registrazione.
I brani migliori? A noi son sembrati più stimolanti quelli in cui Emilio si mette davvero a nudo, raccontando intimamente sé stesso, le sue origini, i suoi amori, insomma la sua vita, la soggettività magica di una piccola-grande storia a lume di candela, ripresa con telecamera nascosta.
Il primo piano in interni o in vicoli segreti –volendo proseguire il paragone fotografico/cinefilo – a nostro avviso funziona qui molto meglio della carrellata collettiva-sociologica, piena di stralci di brutte “verità” in cui ci si auto-esclude, andando a toccare altre corde, quelle dei proclami, delle riflessioni scoraggiate-ciniche riguardo una società anestetizzata, conformista e assuefatta, ripresa da una prospettiva di cupo presagio apocalittico (di pasoliniana memoria) ma gestita con humour beffardo e un’ impalcatura sonora che invita a ballare sulla macerie.
Ariel Bertoldo





