Vero, umano e commovente: l’esempio di come il cinema italiano cerca e raggiunge la bellezza senza l’ausilio di modelli americani. Presentato a Venezia, durante le giornate degli autori.
Pippo Mezzapesa immortala con la sua cinepresa un dramma esistenziale umano e italiano ora più che mai: l’abbandono, da parte degli abitanti, di un paese distrutto dal terremoto. Di tutti i cittadini, eccetto uno. Elia (Sergio Rubini) lotta per non lasciare “Provvidenza”, elaborando il lutto della moglie persa nella tragedia rimanendo attaccato a quelle pietre e raccogliendo i piccoli oggetti sparsi nelle strade che rappresentano, in fondo, la vita di ognuno. Contrariamente agli altri, sente l’impellente bisogno di ricordare.
Sergio Rubini interpreta con magnifica e profonda follia un uomo dinamico, attivo e solare, circondato di amici, uno tra tutti Gesualdo (Dino Abbrescia) e Rita (Teresa Saponangelo), l’opposto di un eremita, che non contempla l’idea di morte e di oblio. Devastato dal lutto della moglie morta nella scuola dove insegnava, Elia si fa custode incompreso dagli atri cittadini della memoria di “Provvidenza” affinché con il ricordo del passato possa costruire il presente.
La sua azione viene contrastata dal sindaco e suo cognato nella pellicola, Francesco De Vito, il quale simboleggia l’altro modo di reagire alle tragedie: il dimenticare. Non per questo moralmente sbagliato, anzi umanamente comprensibile, il sindaco, reduce dalla perdita della sorella e della sua vita quotidiana, non riesce a sostenere il dolore e vorrebbe andare avanti, cancellando quell’avvenimento tanto drammatico.

Così Elia, si aggira fra fantasmi, presunti e reali, fino a che si trova realmente una donna con cui condividere Provvidenza, un’immigrata clandestina intepretata da Sonya Mellah. Noor, in arabo “luce”, porterà proprio con sé la luce nella vita ormai scura di Elia e che lo metterà davanti alla scelta di superare i confini.
Il tutto si svolge in una cornice non casuale come quella di Provvidenza (nome della barca dei Malavoglia). Un paesino assolato e metaforico, il cui nome, ha raccontato il regista, gli suscitava l’idea di ordine superiore stravolto dalla forza terrestre dal basso, così da creare un contrasto forte.

Pippo Mezzapesa indaga l’essenza umana posta davanti alla tragedia, analizzando e inscenando i vari atteggiamenti che gli individui possono avere, senza mai giudicarli. Egli, inoltre, con “Il bene mio” compone un inno nostalgico e sincero alla durata degli oggetti, delle case e con esse dei ricordi. Propone la potenza della memoria, in forma privata e comunitaria, come unica via di costruzione di un presente migliore.
Dimostra, dunque, che l’abbandonare e dimenticare ciò che invece si può riaggiustare e ricordare è l’atto più vile verso chi ci ha lasciati per sempre.
Claudia Colabono





