Herself è una delle creature del poli-strumentista palermitano Gioele Valenti, artista molto attivo negli ultimi anni nella scena neo-psichedelica nordeuropea in diverse formazioni.
Il lavoro di Valenti/Herself è stato descritto sin dagli esordi dagli addetti ai lavori come un armonico incontro tra Sparklehorse, Gravenhurst, Mercury Rev e Will Oldham.
Con un pugno di dischi alle spalle, la scrittura di Gioele Valenti sa di folk apocalittico, affonda le radici nella tradizione della forma canzone statunitense, osa spesso nel territorio di una sperimentazione sottile ed equilibrata.
Il suo nuovo disco, Rigel Playground, invita l’ascoltatore a un viaggio verso territori di folk cosmico, in cui gli inglesismi della tradizione si sposano con una vena ‘alternative’.
Ospite illustre tra i sette brani dell’album proprio Jonathan Donahue, cantante e voce d’ispirazione dei già citati Mercury Rev: lo si ascolta nel brano ‘The Beast of Love’ e proprio il suo gruppo, va detto, ha scelto Herself in apertura del breve tour italiano che ha avuto luogo un mese fa.

Indie rock elettro-acustico, ipnotico e favolistico, antico e affascinante, scritto/cantato in inglese con un’idea e un gusto molto precisi (almeno così ci pare) per un coinvolgimento ‘internazionale’: il pubblico di ascoltatori che qui si vuol raggiungere ha origini – o almeno raffinati gusti – anglo sassoni. Non c’è nulla, neanche un secondo in questo album, che possa rimandare a un DNA nazionale, a un background sonoro e testuale vagamente collocabile nei pur vari ambiti della nostra tradizione o anche contemporaneità. E questo non è un male, ci teniamo a precisare.
Interessante soffermarsi sull’aspetto testuale dell’opera: inquietante, grottesco, venato di cinico odio e oscurità. Brillante di una luce notturna simile a quella della ‘new wave’ invernale e infernale. Parrebbe un romanzo ‘southern gothic, un racconto di Edgar Allan Poe, o magari una serie di suggestioni balzate fuori dalla penna degli sceneggiatori della prima stagione del tv show “True Detective”.
Fuga e morte, un flusso di coscienza di testi criptici ed ermetici, spiagge deserte e boschi inospitali, incantesimi maligni. E’ un mondo crudele e spietato quello descritto da Valenti/Herself. La sua, è una presa di coscienza molto lucida e molto amara/definitiva: il peso sul piatto della bilancia propende più sulle delusioni del vivere civile che non sulle gioie e la bellezza, che pure esistono ma che appaiono sbiadite a chi canta/racconta questa ‘ballata macabra’.
Il prodotto finito è stimolante, interessante, realizzato con grande cura e dedizione.
E l’ascolto che ne consegue è a nostro parere più che degno. D’altro canto e come già si accennava, la sensazione piuttosto inequivocabile è quella di avere tra le mani l’album di una band americana, che canta nella propria lingua per il proprio pubblico di storie legate a un macro immaginario di radice anglosassone.
Questa sensazione/certezza ci è capitato di viverla e testimoniarla più volte (non solo in Italia ma anche in altri paesi d’Europa) dai primi ‘anni zero’ ad oggi. E se da un parte spiace parecchio veder condannati di fatto all’invisibilità lavori validi come questo, dall’altra verrebbe da spronare questi artisti a tentare la strada del viaggio Oltreoceano e la scommessa in terra straniera, per saggiare – di fronte a un mercato decisamente più ampio/curioso/affine – le proprie qualità.
Non una fuga o una cacciata, ci mancherebbe: piuttosto una ben più stimolante prova d’orchestra alla presenza di musicisti e soprattutto di un uditorio finalmente coincidenti.
Ariel Bertoldo





