La storia dell’umanità è costellata di momenti in cui il mondo che conoscevamo ha smesso di esistere, aprendo le porte ad un universo nuovo: lo stiamo vivendo in questo periodo con la pandemia Covid-19, lo abbiamo vissuto nel 2001 con le Torri gemelle e ancor prima con le due guerre mondiali. Ed è proprio una guerra quella che vi andiamo a raccontare: una guerra fatta di spettacolo che prenderà il nome di Monday Night War.
Ma andiamo con ordine, perchè è giusto che questa storia parta dall’inizio.

Cos’era il wrestling prima della Monday Night War?
Negli anni 80 The Buisness, come lo chiamano gli addetti ai lavori, era decisamente diverso da oggi. Esisteva una sola regola comune: la keyfabe, il termine con cui si intendevano i contesti rappresentati in scena dai lottatori, che giustificava un mondo diviso in buoni (babyfaces) e cattivi (heels).
Il termine heel (letteralmente tacchi/talloni) deriva dai vecchi film western, in cui il cattivo, durante i duelli, era sempre ripreso di spalle. D’altro canto il babyface (o face), cioè il buono, era sempre ripreso mostrando il volto. La strategia comunicativa era che il pubblico potesse così innamorarsi dell’attore buono, e quindi riconoscerlo sulle locandine dei successivi film.
La keyfabe era legge: questa faceva credere al pubblico che i cattivi fossero davvero dei miserabili senza redenzione ed i buoni eroi da venerare, ma soprattutto faceva credere ai paganti che la lotta messa in scena fosse del tutto reale.
L’epoca dei territories
La mappa geografica del wrestling USA era divisa in territori che si facevano guerra a vicenda, ognuno con la propria federazione locale, spesso unite in alleanze nazionali, al fine di spartirsi i profitti e “prestarsi” i lottatori. Le alleanze riconoscevano il proprio campione del mondo che difendeva la cintura nei territori che la componevano. La più prestigiosa di queste alleanze era decisamente la NWA, ovvero National Wrestling Alliance.

Senza internet e con una forte keyfabe, i lottatori heels passavano da un territorio all’altro al fine di farsi odiare dal pubblico locale, avere una rivalità con il babyface di turno, per poi cambiare territorio.
La keyfabe era così forte che spesso i cattivi venivano minacciati e aggrediti sul serio dal pubblico, e, per mantenere forte la stessa, i lottatori buoni viaggiavano sempre separati dai cattivi di turno.
La visione di Vince McMahon
In un’epoca in cui il sistema dei territori era l’unico modello possibile, un giovane promoter ebbe una visione: portare su scala nazionale il successo del wrestling regionale. Per farlo pensò di creare un’unica compagnia, slegata dalle alleanze territoriali, con i propri lottatori. Il suo nome? Vincent Kennedy McMahon, figlio del promoter Vincent J McMahon, proprietario di quella che allora si chiamava WWWF (World Wide Wrestling Federation) e che operava nei territori del Nord Est.

Per attuare la propria rivoluzione, Vince McMahon jr (che nel frattempo aveva acquistato la federazione dal padre ed eliminato la parola wide dal nome, rinominandola WWF) apportò due importanti cambiamenti: in primis decise di contrattualizzare in modo esclusivo i propri wrestler (nei territori i lottatori erano in comune con le federazioni della stessa alleanza), ma soprattutto sfruttò le nuove tecnologie della televisione via cavo e del sistema pay-per-view (PPV).
Ma Vince aveva un altro progetto in mente: Wrestlemania, ma di questo parleremo nel prossimo episodio del nostro viaggio nella Monday Night War.
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