
Nelle pieghe del tempo (A Wrinkle in Time, 2018), contro ogni intuizione, è a tutti gli effetti un black film. Scolasticamente, infatti, si definisce tale qualsiasi film creato da un cast artistico e tecnico prevalentemente afrodiscendente, regista e protagonisti compresi. A dire il vero è una delle più grandi produzioni mai realizzate da una regista donna e, in questo caso, afroamericana: Ava DuVernay. Il film non è stato un grande successo né fra il pubblico né fra la critica, ma le sue premesse produttive lo rendono comunque un lavoro di rilevanza storica.
“Nelle pieghe del tempo”, la nascita del progetto
Nel 2010 la Walt Disney acquista i diritti dell’omonimo romanzo del 1962 di Madeleine L’Engle, con l’intento di creare un “piccolo” film sulla scia di Un ponte per Terabithia. Per piccolo si intende comunque un film da trenta milioni di dollari, considerando il genere fantascientifico e gli effetti speciali necessari. Il progetto, tuttavia, rientra nel tax credit californiano, ottenendo un budget di gran lunga superiore. Così subentrano in sceneggiatura Jennifer Lee (sceneggiatrice di Frozen), nel 2014, e in regia Ava DuVernay, nel 2016.

Il budget arriva a toccare i 135 milioni di dollari. Questo rende Ava DuVernay la prima donna non bianca ad aver mai diretto un blockbuster sopra i 100 milioni. E la terza in assoluto dopo Kathryn Bigelow (K-19) e Patty Jenkins (Wonder Woman). La scelta della regista afroamericana inoltre sposta immediatamente il fuoco sul cast. In particolare sui ruoli chiave affidati ad altrettante interpreti afroamericane: Oprah Winfrey nel ruolo di Signora Quale e Storm Reid nel ruolo da protagonista (Meg).
Sinossi e personaggi
Meg Murry è la figlia di due scienziati della NASA che insieme lavorano a un progetto di viaggio nel tempo e nello spazio. L’esperimento consiste nel piegare lo spazio e il tempo, muovendosi tra le frequenze delle onde, con il potere della mente. Meg, molto intelligente e dotata per la fisica, si appassiona al progetto ma in una notte di tempesta il padre svanisce nel nulla, stravolgendo la sua vita.

Il giorno del quarto anniversario dalla scomparsa, una strana figura, la Signora Cos’è (Reese Witherspoon) appare in casa di Meg. Insieme alla Signora Chi (Mindy Kaling) e alla Signore Quale (Oprah Winfrey), altre figure guerriere a difesa dell’universo, aiuta Meg a ritrovare il padre. Lo scienziato (Chris Pine), infatti, dopo esser riuscito ad avviare l’esperimento, si trova bloccato e disperso nell’Universo, ma ancora vivo.
L’accoglienza fredda di pubblico e critica
Pur arrivando dal successo di un film impegnato come Selma (primo biopic su Martin Luther King), Ava DuVernay cambia volutamente tono e direzione. Sa bene che Nelle pieghe del tempo nasce come racconto per ragazzi e in questo senso struttura il suo film. Non va alla ricerca di un doppio livello di interpretazione, adatto magari anche a un pubblico più maturo. Provenendo anche da un passato nel marketing cinematografico, individua subito il suo target e su quello soltanto si focalizza.

Purtroppo questo comporta una perdita di spessore non indifferente, tanto che appunto il film è stato accolto con un certo distacco. Al box office non ha neanche eguagliato il budget di produzione. Uno dei difetti su cui non è possibile soprassedere, infatti, è che pur trattandosi di una storia per bambini, ha degli evidenti buchi di trama, coperti dalla spettacolarità delle immagini.
L’uso del CGI è massiccio e incredibile, riesce a creare un meraviglioso mondo di fantasia, però appunto distrae. Devia l’attenzione dal fatto che il film pecca nella costruzione psicologica dei personaggi e dei passaggi essenziali delle loro motivazioni e azioni.
La blackness sommessa di “Nelle pieghe del tempo”

Nelle nostre abitudini di fruizione, un black film è per lo più un racconto del ghetto o del razzismo sistemico nella società statunitense. Questo perché sia i filmmaker afroamericani, sia gli spettatori sono condizionati dal cosiddetto burden of representation, il fardello della rappresentazione. In una società che rifiuta di riflettere immagini corrette e rispettose delle minoranze, i registi ad esse appartenenti hanno cioè il dovere di riabilitarne la rappresentazione.
A volte, tuttavia, senza rifiutare l’approccio politico del black film, è possibile ottenere lo stesso risultato agendo in modo opposto. È ciò che fa Ava DuVernay dirigendo questo enorme film, in termini di denaro e di mole di lavoro, e mettendovi al centro una protagonista afroamericana. È una dichiarazione di intenti che vuole dimostrare la fattibilità di un film hollywoodiano, di genere fantasy/fantascientifico, con una protagonista femminile e nera. Oltre gli stereotipi e le stagnanti abitudini di fruizione.

La Meg del romanzo, infatti, non era caratterizzata culturalmente. Come non lo erano nemmeno le tre creature magiche che la accompagnano nell’avventura. Eppure Ava DuVernay sceglie appositamente, oltre Storm, Oprah Winfrey e Mindy Kaling accanto alla più familiare Reese Whiterspoon. Per inviare un chiaro messaggio di unità e solidarietà femminile nella multiculturalità degli stessi Stati Uniti.
Il grande difetto di Nelle pieghe del tempo è forse quello di aver messo troppo in gioco senza approfondire davvero nessuno degli spunti lanciati. La trama scorre nella sua linearità, lasciando la sensazione di aver perso qualcosa per strada, un’emozione o una riflessione che non c’è stata ma avrebbe potuto lasciare il segno.
Articolo di Valeria Verbaro
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