È uscito a mezzanotte il nuovo album di Michele Bravi, “La Geografia del Buio”. Lavoro sofferto, voluto, rimandato, a causa delle restrizioni di un tempo incerto come quello in piena pandemia. Una gestazione lunga e dolorosa, che porta al suo interno il viaggio nel mistero più profondo dell’essere umano. Il dolore, il buio, la depressione. L’album è costituito da dieci tracce, tra cui i singoli “La vita breve dei coriandoli” e “Mantieni il bacio”. L’intero progetto discografico è stato prodotto da Francesco Catitti e il pianoforte, che accompagna la voce dell’artista in tutte le tracce, è suonato da Andrea Manzoni.
La Geografia del Buio e le declinazioni del dolore
“La Geografia del Buio” è un racconto che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta. Avrei voluto che in questi anni qualcuno ci avesse insegnato la grammatica del dolore, per capirne le sue virgole. Imparare quando è il momento di scrivere un punto. Sarebbe bello se a scuola ci avessero insegnato come trasformare il bello dal dolore, l’amore dall’oscurità. Nessuno ci ha mai detto che il dolore non va nascosto, ma che invece va vissuto, va portato addosso, va condiviso. “E non è un caso, e non è colpa mia, che la materia che si studia meno è la geografia”, dice Michele nel primo brano dell’album, ad apertura di questo viaggio nelle ferite di una storia. Quella di un ragazzo di ventisei anni che, nel 2018 ha subito uno strappo, così come lo chiama lui. Ma è anche la storia di ognuno di noi. Percorrendo l’album è impossibile non pensare alla bellezza collaterale. Questo disco ne è un esempio. Di un dolore che, una volta affrontato, raccontato, diventa un testimone che può essere passato di mano in mano. Da un’anima all’altra, con l’unica speranza di salvare qualcosa. Che sia un solo giorno, una vita intera, una sola notte passata con la testa tra le mani a chiedersi “Perché il dolore ha scelto proprio me”. A volte si dice che i dolori capitino a chi li sa sopportare, a chi ha spalle forti per non capitolare al suolo.
Ma “La Geografia del Buio” ci ripete, traccia dopo traccia, che il buio non è di chi lo sa sopportare, ma solo di chi lo sa attraversare. Di chi sa camminare nelle stanze inospitali, dalle pareti ruvide, aspre, di zone umide ferme nella nostra memoria, intrappolate nelle mani del “mostro”, del “demone”. Il buio, però, è anche di chi ci sa sfiorare, di chi ci sa tenere ancorati al mondo. Di chi ci ripete le coordinate dei nostri passi incerti ogni giorno, delle mani che ci rinnovano la promessa della luce, “La promessa dell’alba”.
La luce può tornare, avrà un colore diverso, e Michele è la prova nel suo disco di chi il buio conosce, l’ha decifrato, come ci racconta in “Senza Fiato”. Il sesto brano dell’album “Storia del mio corpo”, comincia con il suono insistente del piano, ed entriamo senza alcun pudore nel corpo di chi convive con l’assenza di sé stesso. Le allucinazioni, la perdita del reale, “Ho gli occhi così assenti che tu mi dici ‘Quasi non esisti’ ho gli occhi così persi”. Michele ha il volto cambiato, adesso. I lineamenti di chi ha visto in faccia il dolore, la voce segnata, traccia dopo traccia, sussurrata, piano, a volte veloce, a volte rotta. La stessa voce di chi comincia per la prima volta a parlare dopo giorni di silenzio. E questa voce ci accompagna, insieme al pianoforte di Andrea Manzoni, come una coordinata pulsante di questo album.
La voce di Michele, però, è quella di chi non vede l’ora di tornare a parlare, ma non ricorda come si articolano le parole, così ferme nella gola del silenzio. Che ritorna forte nel duetto “Un secondo prima” con la sua amica Federica Abbate, “il suo elastico al polso”, come la definisce lui, l’autrice della maggior parte delle tracce di questo album. La traccia è una dichiarazione d’amore nei confronti dell’amicizia, di chi ti protegge e “riesce a bastarti mentre dal cielo piovono sassi”, anche “se niente sarà più come prima”. Perché è vero che il buio va attraversato, ma la verità è che fa paura e solo l’amore è capace di stringerci la mano.
Che l’amore è un po’ un casino, a volte non ci si capisce niente, ma è la voce che traccia il cammino. Michele chiede all’amore “Maneggiami con cura e avrò la stessa cura anch’io per te”, perché l’amore è uno scambio equo, e la traccia dell’album ci rivela che solo in quel preciso momento può salvarci. Ma è anche la delicatezza disarmante del momento più dolce degli amanti. Il bacio, il gesto più immediato di due persone che rendono l’amore concreto. E Michele restituisce con la traccia “Mantieni il bacio” la bellezza dei racconti del Lessico Amoroso di Massimo Recalcati. La promessa degli amanti è quella di rendere il caso un destino, e di far sì che quel destino possa realizzarsi ogni giorno. E questo album parla proprio di questo: dell’inno all’amore, alla vita che si fa forza dal buio più totale, un inno a rialzarsi, all’umanità, al tornare al mondo nel mondo. Il cammino nell’oscurità si chiude “A sette passi di distanza”, che poi è il punto di inizio de “La Geografia del Buio”. È il primo pezzo, scritto da Michele durante il suo percorso di guarigione, quando ancora non riusciva a parlare. Tutto tace quando comincia questo pezzo completamente strumentale, e qualsiasi altro suono si annienta. È incerto, come i passi di Michele nuovamente sul mondo, e quasi diventa possibile immaginare quei sette passi di distanza che dividono lui dalla persona che l’ha salvato, a cui dedica questo album. Adesso il cantante ci rivela che questa persona è distante da lui migliaia di km, ma sarebbe bello immaginare Michele e lui insieme, nel salotto di casa sua mentre suonava questa canzone per la prima volta, mentre muoveva le sue dita tremanti su quei tasti. Immaginare che entrambi fossero così vicini, tanto vicini da sfiorarsi le labbra, da guardarsi negli occhi, e promettersi l’alba della vita oltre l’oscurità. Perché “La Geografia del Buio” ci ripete incessantemente che “E’ solo l’amore che ci salva dalla ferita del mondo”.





