Benvenuti nell’universo cinematografico di Movie Award. Faremo un viaggio a Venezia alla scoperta di un film che ha vinto il Leone d’oro non senza critiche. Parleremo di Filippine, di violenza e sparizioni. Abbiamo dedicato la puntata di oggi a “The Woman Who Left” di Lav Diaz
“Per me il mio cinema è come un viaggio e lo utilizzo per capire non solo la vita ma il cinema stesso. Faccio cinema, ma sto ancora cercando di capire perché uso proprio il cinema come mezzo di espressione. I film sono uno strumento potente per cambiare la cultura, le menti e i pensieri della gente. Noi registi ci impegniamo al massimo per partecipare ai festival perché essi sono piattaforme che rappresentano un ottimo spazio dialettico per capire le altre culture. Possiamo ancora fare molto attraverso il cinema, che ha ancora un peso nella società di oggi”.
Con queste parole Lav Diaz, in occasione della prima proiezione a Venezia di “The Woman Who Left”, ha spiegato il suo concetto di cinema. Il regista filippino ha sempre creato in maniera libera film molto lunghi come le quasi 4 ore di questa pellicola. Il suo stile ricalca quasi un cinema delle origini ed è basato su un perfetto bianco e nero e su costanti inquadrature fisse che si concentrano su personaggi e dettagli. È un’immersione in una realtà spesso cupa e drammatica dove non mancano tratti di bellissima umanità.
The Woman Who Left, tra inferno e speranza
La realtà di “The Woman Who Left” è quella della Filippine del 1997 segnata da un inferno di violenza e corruzione. Dal marcio della società rappresentata emerge però una piccola speranza. Quella di di una donna che cercherà in ogni modo il figlio scomparso dopo essere stata per lungo tempo ingiustamente in prigione. Lav Diaz ci pone un grande interrogativo sul tempo perduto e sulla possibilità o meno di recuperarlo. Il regista filippino lavora proprio sugli scarti del tempo e della società per mostrarci una realtà disarmante ma non per questo non migliorabile.
Una vittoria elitaria
Quando nel 2016 l’allora presidente della giuria Sam Mendes annunciò il Leone d’oro a Lav Diaz non mancarono di certo critiche. È vero che parte della critica accolse questo piccolo film filippino come il nuovo capolavoro di un regista che si era già distinto a livello internazionale. È anche vero però che i detrattori di questa pellicola definirono la scelta di Mendes troppo elitaria e autoriale. Si trattava per loro di una decisione presa per mettersi la coscienza a posto con la critica più intransigente non premiando invece film che avrebbero portato di più la gente in sala.
Stefano Delle Cave
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