È una storia incredibile, quella dell’attrice Sara El Debuch. Una di quelle che davvero sembrano tratte da un film che riguarderesti all’infinito. A soli 27 anni ha un bagaglio pieno di esperienze da raccontare, una determinazione in grado di darti forza e una voce gentile che staresti ad ascoltare per ore; soprattutto perché sai che da una chiacchierata con lei c’è solo da imparare, acquisendo una ricchezza che solo quegli incontri significativi sanno lasciare.

Con decisione e garbo (non a caso, suggerisce proprio «di combattere ed essere gentili») Sara si è aperta in questa intervista in cui ha parlato di cinema, cultura e diritti umani, senza mai perdere di vista il motore alla base di tutto, l’amore.

«I film devono continuare a muovere le coscienze degli spettatori»: Sara El Debuch ci guida in un viaggio interculturale che dal cinema arriva al cuore dei diritti delle persone

In quanto attrice italo-siriana sarai stata senza dubbio influenzata continuamente dalle due culture: come ciò ha influito non solo sulla tua vita ma sul tuo modo di concepire, amare e fare cinema?

Quando si è figli di due culture è senza dubbio una ricchezza, ma a volte anche una condanna, perché nasci con una sorta di “doppia personalità” e doppi modi di vedere, soprattutto in casi come il mio in cui si viene da due culture contrastanti: quella islamica, perché sono musulmana e araba di origine, e quella italiana, che da sempre mi ha cresciuta in un contesto laico e occidentalizzato. A volte quindi è stato destabilizzante: io portavo il velo, poi ho deciso di toglierlo; mi sono sposata per la prima volta a 17 anni, ho divorziato, mi sono sposata una seconda volta e nuovamente ho divorziato. Adesso però ho imparato a trasformare questa specie di conflitto continuo in una ricchezza: riesco infatti a usare la lingua per recitare sia in arabo che in italiano; la cultura mi aiuta anche a studiare meglio i personaggi perché riesco a dargli qualcosa di mio, derivante dal mio passato. Oggi ho imparato a vivere questa doppia identità come una ricchezza anche nella vita di tutti i giorni, banalmente anche soltanto nel leggere una poesia, che assume significati diversi a seconda della lingua in cui viene tradotta.

Visto che lo hai accennato, a tal proposito ti chiedo: come scegli i progetti a cui prendere parte? Sono i valori di un progetto che condividi a convincerti, le storie che si vogliono mettere in scena oppure cerchi un progetto che non sia solo bello ed emozionante ma anche utile?

Cerco di più il messaggio che dà un progetto. Per me il cinema è come un libro che quando chiudi ti ha insegnato qualcosa – e quindi è come se non lo chiudessi mai veramente, perché continui a pensare ai suoi insegnamenti. Quel che mi chiedo sempre prima di accettare un progetto è se quel film lascerà qualcosa di significativo a me e alle persone che lo guarderanno.

Spesso sentiamo dire che il cinema è un linguaggio universale perché capace di unire persone diverse; purtroppo nei fatti non è così a causa di tante discriminazioni che ancora persistono sul set e fuori. Come pensi che il cinema e i cineasti dovrebbero comportarsi per far sì che queste discriminazioni, effettivamente, vengano azzerate?

Purtroppo non c’è una soluzione, perché se ci fosse stata anche solo la possibilità si sarebbe già verificata. L’unica cosa che mi sento di dire è che finché si continuerà a parlare di una tematica, nel bene e nel male, sarà sempre positivo, perché porterà le persone a interrogarsi e ad approfondirla. Il nostro obiettivo è quello di parlare della realtà, dimostrare ciò che vivono determinate minoranze, far sentire agli spettatori determinate emozioni affinché appunto si continui a parlarne e a mostrare l’esistenza di queste realtà.

Discriminazioni che in un certo senso hai vissuto anche sulla tua pelle come attrice in quanto, per esigenze di copione, hai interpretato una donna marocchina e lesbica. Da questa tua esperienza ritieni che l’omofobia sia una questione maggiormente religiosa o sistemica e diffusa a prescindere dalla propria cultura?

L’omofobia purtroppo è comunissima, e viaggiando molto spesso per lavoro mi rendo sempre più conto di quanto sia diffusa, anche tra quelle persone che dicono di combatterla. È una sorta di non accettarsi, come in quei casi in cui molte persone utilizzano una relazione eterosessuale come copertura per la propria omosessualità: anche questa è omofobia, perché queste persone non si accettano per come sono ancor prima della società. Per questo ho scelto di interpretare questo ruolo – che mi ha provocato tantissimi problemi con la comunità islamica e con i miei genitori – perché credo che le persone che attaccano in continuazione l’omosessualità non vogliono accettare se stesse e di conseguenza il prossimo. Io, ad affermazioni ridicole come quelle che vengono rivolte a omosessuali e immigrati, rispondo sempre “Viva l’amore”, perché senza di esso vivremmo malissimo: è il motore che ci permette di accettarci e di vivere serenamente poiché non c’è nulla di più bello che amare qualcun altro da cui si è amati.

Ci sono stati dei film che, in determinate fasi della tua vita, in qualche modo hanno contribuito a cambiarla? Che ti hanno influenzato e convinto che il cinema fosse la tua strada?

Ho esordito con Alessio Cremonini [nel film Border, ndr] all’età di 17 anni, un po’ per caso e un po’ per fortuna, poiché è stato proprio lui a scoprirmi e a darmi come primo ruolo al cinema quello della protagonista. All’epoca aveva bisogno di qualcuno che fosse a proprio agio davanti alla macchina da presa e che soprattutto parlasse sia arabo che italiano: perciò feci il provino, lo passai e ci fu quella che è un po’ la realizzazione del mio sogno d’infanzia. Fin da piccola infatti amavo stare davanti alla telecamera: il mio sogno era quello di fare la giornalista, perché dire attrice era troppo azzardato per la mia famiglia in quanto questa professione, in Medio Oriente, ancora non è ben vista e rispettata. Quando si è presentata questa opportunità ero contentissima ma sposata, due cose che vanno fortemente in contrasto. Nel frattempo ho preso parte a tantissimi corti e quando sono stata presa per Flashdrive con Dervis Zaim, uno dei registi turchi più importanti in Turchia, sempre come co-protagonista nel ruolo di Leyla insieme a tanti altri attori arabi importantissimi come Saleh Bakri, candidato lo scorso anno agli Oscar per un cortometraggio a cui ha preso parte, allora ho avuto la consapevolezza che potessi fare molto e anche di più. Ho girato infatti scene davvero impegnative e stressanti che mi hanno spinta ancora di più a credere che questo sia il mio lavoro; quando infatti ho avuto l’opportunità di poter recitare con Brandt Andersen in un ruolo in cui si richiedeva una donna più grande di età ho fatto di tutto per ottenere la parte, anche invecchiandomi da sola con il trucco, lavorando e impegnandomi moltissimo. Grazie a Dio, tutte le volte che mi pongo un obiettivo riesco a raggiungerlo, e ciò mi aiuta sempre a credere di più che un giorno riuscirò a realizzare il sogno della mia vita, che è vincere un Oscar con il velo – che magari sarà sulle spalle anziché sulla testa.

Te lo auguro davvero, perché c’è sempre più bisogno di una maggiore inclusione e una maggiore rappresentazione.

Questa infatti è una cosa assurda, perché io sono apprezzata più all’estero che in quello che è il mio paese, l’Italia! È davvero fastidioso, anche perché io sono la classica “via di mezzo”: araba di origine ma con pelle, capelli e occhi chiari. Quindi quando mi si propongono ruoli per interpretare un’araba non vado bene, e lo stesso per interpretare un’italiana perché i miei tratti somatici e il mio cognome sono orientali. Non riuscire a lavorare in quello che è il mio paese, dove sono cresciuta, ho studiato e mi sono laureata, è tristissimo, perché io e altri attori emergenti spesso non veniamo riconosciuti e dobbiamo andare all’estero.

Che consiglio daresti, allora, proprio a quelle persone che vogliono intraprendere questa strada, soprattutto quelle facenti parte di minoranze che ancora oggi non sono rappresentate a dovere?

Di combattere ed essere gentili: due cose contrastanti, che però vanno di pari passo. Combattere, perché purtroppo la società – soprattutto quella musulmana, ancora attaccata a tante tradizioni ormai superate – cercherà sempre di ostacolare, e quindi bisogna farsi vedere determinati nel raggiungimento di questo obiettivo. Essere gentili, perché è l’approccio giusto verso il mondo: il sorriso, la bontà, la trasparenza sono cose che verranno sempre ripagate.

Chiara Cozzi

Seguici su Google News