“Noi due siamo come il cappuccino, che non si sa il latte qual è, e qual è il caffè, ma c’è il cappuccino”. Dice Vittorio De Sica del suo amato complice Cesare Zavattini. Insieme hanno creato un film crudo come la guerra, lieve come una fiaba. Ignorato in Italia, e Oscar in America. Dal 6 Febbraio 2023 al cinema in versione restaurata, “Sciuscià”: visto oggi mantiene ancora la sua freschezza, questo è il miracolo.

Un Oscar e l’altro di Cary Grant

“Sciuscià”, trailer versione restaurata – YouTube

Erano i giorni che sapete. E io pensavo: adesso si che i bambini ci guardano! Erano loro a darmi il senso, la misura della distruzione morale del paese”. Le parole di De Sica sul suo film, capolavoro del Neorealismo, che usciva in sala il 27 Aprile 1946. Il primo film non in lingua inglese, a vincere l’Oscar, da quando era stato istituito il premio dell‘Academy nel 1929; consegnato il 31 dicembre 1947, come miglior film straniero (all’epoca denominato “Premio Onorario“), con la motivazione che recitava: “L’alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità”. “Sciuscià” entrando in competizione con gli americani, si aggiudicò anche un’altra nomination per la sceneggiatura. Ma fu battuto da “L’intraprendente signor Dick” con Cary Grant. Proprio il divo che De Sica avrebbe rifiutato come protagonista nel suo film successivo, “Ladri di biciclette“. Preferendo come attore, in onore della verità, l’operaio Lamberto Maggiorani.

Sciuscià” era stato girato nell’autunno del 1945, quando ancora permanevano in Italia le truppe alleate. Tra miseria, emarginazione e abbandono dei ragazzi nell’immediato dopoguerra. Se nel precedente film, “I bambini ci guardano”, De Sica lancia un messaggio diretto ai genitori, in “Sciuscià” stimola il mondo a prendere coscienza delle proprie colpe. Un film-messaggio, per invitare la società alla responsabilità. “Sciuscà”, è poesia nuda e cruda, è verità quotidiana, senza costruzioni. Che si accontenta di descrivere le cose nell’essenzialità, come il Neorealismo vuole. L’occhio è puntato sulla guerriglia urbana, sulle macerie di strada. Su come sopravvivere da bambino nell’immediato dopoguerra senza soldi, affetti, e sani punti di riferimento.

Al grido di “Sciuscià

Perché, i ragazzini non ce l’hanno un avvenire?”. Chiedono i due sciuscià, nome che deriva dall’inglese “shoe-shine“, che vuol dire lucidascarpe, e si annunciavano a tale grido. A Firenze la parola è stata accolta come “sciusciai”. Ma i giornali di Roma, che avevano parlato per primi del problema sociale, adottano la parola “sciuscià”. Diffuso a Napoli, e in altri centri dell’Italia centro-meridionale, i ragazzi si servivano di questo termine “sciuscià”, per offrirsi come lustrascarpe ai militari alleati, dopo la loro venuta in Italia nel 1943. Una cassetta per strada, questo il loro corredo. Una forma di accattonaggio, una piaga sociale, quella di minori laceri e sporchi, affamati e privi di qualsiasi controllo, che offrivano i loro servigi ai soldati americani, e non solo, esposti a qualsiasi raggiro e abuso.

Quando uscì il film, alcuni giudicarono inverosimile che due ragazzini si prodigassero a lucidare le scarpe al puro scopo di mantenere un cavallo. Pasquale e Giuseppe, i due bambini protagonisti, lavorano sui marciapiedi di una violenta via Veneto a Roma. Appena possono, corrono a Villa Borghese dove, con 300 lire, affittano un cavallo bianco chiamato Bersagliere e lo cavalcano in due. Il regista, De Sica, aveva appreso la singolare storia dagli stessi protagonisti, intervistandoli per il settimanale “Film d’oggi“. L’ idea di portare queste confidenze in un film, che inizialmente doveva intitolarsi “Ragazzi“, fu di Peppino Amato, il produttore. Ma la spinta decisiva venne dall’uomo della produzione Paolo W. Tamburella, oriundo italiano nato nell’Ohio.

Che fate qui? De Sica vi cerca

Franco Interlenghi interpretava Pasquale Maggi, e Rinaldo Smordoni era Giuseppe Filippucci: due monelli presi dalla vita vera. Il primo continuò a recitare in circa 80 sceneggiature diventando noto, il secondo lavorò come guidatore d’autobus. Interlenghi confermò in un’intervista, che la sua carriera da attore ebbe inizio per strada: “Giocavo con i miei amici davanti a una villa inglese… Nel mio palazzo abitava un signore che frequentava il cinema, era un vecchio generico, si affacciò alla finestra del suo appartamento, forse perché strillavamo troppo, e ci disse: ma che state a fare qui? Andate a via Po, c’è Vittorio De Sica che cerca ragazzini per un film”.

Come dice sempre il core ‘Sta’ zitto e non parlare. Nemico dell’amore è la sincerità‘”. Cesare Zavattini, che ha scritto il copione, dovette rinunciare al finale che aveva previsto, giudicato troppo tragico. Perché dopo tante disavventure un fanciullo moriva e l’altro si suicidava. Nella trama, i due ragazzini si trovano coinvolti senza volerlo in un furto a casa di una chiromante, alla quale volevano rivendere delle coperte americane su commissione del “Panza“, uomo che trafficava oggetti illegalmente. “La verità si dice al confessore, in tribunale devi dire quello che dico io”, dice l’Avvocato Bonavino a Giuseppe. Prima di essere arrestati e portati in un carcere minorile, riescono a realizzare il loro sogno: comprare Bersagliere, che verrà affidato alle cure di uno stalliere. Zavattini, che si porta dietro la letteratura, aggiunge alla realtà quel pizzico di lirica, di poesia, e di favola, nel dettaglio del cavallo bianco.

L’Osservatore e Andreotti..

Non mancarono le proteste per la dura raffigurazione della cronaca. Nacque anche lo slogan «i panni sporchi si lavano in famiglia», e cominciò per De Sica una serie infinita di attacchi moralistici, culminati anni dopo nella famosa lettera di Giulio Andreotti che pretendeva dai suoi film «un raggio di sole». Una violenta stroncatura dall’allora trentenne Andreotti, che propose la censura di due scene del film del 1952 “Umberto D“. Tra gli oppositori di “Sciuscià” capeggiava “L’Osservatore Romano“, scrivendo che l’odissea dei due piccoli accattoni dava «un senso di ripugnanza, oltreché di rammarico e pena». Il ministero, preoccupato dalle reazioni negative, e dell’immagine del nostro paese all’estero, vietò l’ esportazione della pellicola. Ma sull’onda delle proteste il divieto cadde.

Uno laziale partenopeo, l’altro emiliano, uno naturalmente elegante, l’altro così naturalmente ‘contadino’, l’uno a proprio agio con la voce, l’altro con la scrittura. Entrambi illuminati dalla visione dei film di Chaplin..”. De Sica e Zavattini erano descritti così da Claudio G. Fava. Mentre Gianni Amelio disse: “Sciuscià è un film eterno“. La notorietà del film arrivò anche nel settore dei fumetti: dal 1949 uscirà “Sciuscià” come giornalino che continuerà le pubblicazioni fino al 1955. Oggi, grazie alla Cineteca di Bologna che si occupa della sua distribuzione, torna al cinema. Il film costò meno di un milione di lire, fu venduto per quattromila lire al distributore americano Ilya Lopert che ci guadagnò un milione di dollari.

Federica De Candia Seguici su Google News