Il titolo rubato alle carte di uno psichiatra. L’amata sorella della fotografa statunitense Nan Goldin, era in cura per esser ragazza anticonformista con il piglio orgoglioso di una condotta sessualmente libera. Su di lei il medico si pronunciò così: “Vede il futuro, tutta la bellezza e lo spargimento di sangue”. Una storia vera, Leone d’oro alla 79^ Mostra del Cinema di Venezia e candidato all’Oscar come Miglior documentario: “Tutta la bellezza e il dolore”, il film epico della regista Laura Poitras, arriva nelle sale cinematografiche italiane per tre giorni, il 12, 13 e 14 febbraio 2023. La discesa e la salita di una donna, e una New York ruggente e struggente.
I Re dell’oppio
“All the Beauty and the Bloodshed” (2022), titolo originale di “Tutta la bellezza e il dolore“, è la fantastica vita di Nan Goldin. Una delle più influenti fotografe contemporanee, e attivista di fama internazionale. La narrazione parte dalla sua battaglia contro la potente famiglia Sackler: facoltoso nucleo che da una parte, risultava benefattrice dei principali musei del mondo, mentre dall’altra era responsabile della produzione di farmaci che creano dipendenza, fino all’overdose. Generando una crisi degli oppioidi, che negli ultimi venticinque anni causò negli Stati Uniti oltre 100.000 morti. “In questa società le cose sbagliate sono tenute segrete. E questo distrugge le persone“, dice la voce nel trailer.
“Ho iniziato a lavorare a questo film con Nan nel 2019, due anni dopo che aveva deciso di sfruttare la sua influenza come artista per denunciare la responsabilità penale della ricchissima famiglia Sackler nell’alimentare la crisi da overdose. All’inizio sono stata attratta dalla storia terrificante di una famiglia miliardaria che ha consapevolmente creato un’epidemia e ha successivamente versato denaro ai musei, ottenendo in cambio detrazioni fiscali e la possibilità di dare il proprio nome a qualche galleria. Ma mentre parlavamo, ho capito che questa era solo una parte della storia che volevo raccontare…”. Racconta Laura Poitras dagli Stati Uniti, che dietro la macchina da presa, ha già vinto un Oscar per il film “Citizenfour” (2014), su un altro scandalo americano: la vicenda di Edward Snoden (l’informatico che incontra alcuni giornalisti decidendo di rivelare alla stampa informazioni segrete per smascherare un sistema di sorveglianza globale condotto principalmente dalla statunitense NSA).
Nessuno fotografa la propria vita
Un’artista grintosa e determinata. Nan Goldin, che interpreta se stessa nel film, impiega tutta la sua forza, morale e artistica, per far emergere una pagina scandalosa della storia americana che ha fatto epoca. “Una rabbia personale” contro la famiglia Sackler, dalla filantropia all’industria farmaceutica “Purdue Pharma“. Il profitto sul dolore della gente. Ribellione che la fotografa sfoga attraverso ciò che meglio sa fare: scattare istantanee. In “Tutta la bellezza e il dolore“, ci sono anche le vicende biografiche dell’artista. Che si è fatta strada affermandosi, con la sua capacità originale di guardare alla realtà. Il lampo d’euforia che racchiude in un’immagine, ma la sua genialità non era capita. Incontra la resistenza dei critici e galleristi uomini, che la incalzavano dicendole. “Questa non è fotografia”, “Nessuno fotografa la propria vita”.
Soprattutto, disturbava che la fotografa riuscisse a mettere in luce, con il suo obiettivo, “il potere che gli uomini hanno sulle donne”. E come quel potere influenzasse la società. Un grido potente è il film, che di un dolore ne fa verità. Dove denuncia e bellezza, politica e arte, si intrecciano. Durante gli incontri con Goldin, la regista si sarebbe resa conto “che il nucleo del film è costituito dall’arte, dalla fotografia di Nan e dall’eredità dei suoi amici e della sorella Barbara. Un’eredità di persone in fuga dall’America.” Nella pellicola si alternano dialoghi intimi e filmati inediti, il privato e il pubblico di Nan. E sono state inserite storiche immagini delle azioni del gruppo P.A.I.N., fondato nel 2017 dalla Goldin per denunciare pubblicamente i grandi industriali Sackler. E per portare avanti la battaglia legale e mediatica. Proprio lei, era reduce e sopravvissuta all’ossicodone: l’antidolorifico ‘Oxycontin‘ a cui aveva fatto inizialmente ricorso per lenire i dolori dopo un intervento chirurgico. Che dà alta dipendenza, e ha generato quell’elevato numero di morti in quegli anni in America perché prescritto con leggerezza nonostante le controindicazioni.
Foto scandalose e vere
Il Met, il Louvre, i grandi musei mondiali, colpevoli di accettare le copiose donazioni della famiglia Sackler, che in questo modo lavava la propria immagine, dovevano invece, rifiutarle cancellandone il nome. Questo l’intento di Nan. Bisognava smuovere le coscienze. Mentre i ricchi temevano che venisse fuori tutto il marcio, l’origine dei loro guadagni. (Non mancherà nel finale, un sudato confronto con i Sackler via Zoom). Lo spartiacque tra verità e bugie, è in quel ‘click’. Nelle innumerevoli foto che passano davanti lo schermo, ricche di cultura gay della New York anni ‘70 e ‘80, che documentano la lotta per i diritti delle persone omosessuali e trans da parte di Nan. Scatti sulle drag queen, la gente per strada, tra maltrattamenti, risse, lividi, di chi consumava in piena libertà sesso, droga, eccessi, e poi moriva per Aids. Tutto un universo senza censure, come l’ha vissuto chi fotografava. Un mondo a sé, fatto di locali underground, calze strappate, guepiere, piastrelle rotte, putridi e malsani bagni. Stupore per quello che può raccontare una fotografia.
Fu proprio la sua vita a darle l’inclinazione alla fotografia, scelta come forma di sopravvivenza. Nata nel 1953 a Washington in una famiglia ebraica, ultima di 4 fratelli, Nan è cresciuta poi nella periferia di Lexington, Massachussets. In uno di quei quartieri con le villette a schiera, tutte uguali. Prima di scoprire le droghe, a Boston. In un turbine di sregolatezza, contro le convenzioni di comportamento imposte dalla sua famiglia. Vincendo il Leone d’Oro 2022, “Tutta la bellezza e il dolore” diventa il secondo documentario nella storia, il primo è stato ‘Sacro GRA‘ nel 2013, ad aggiudicarsi il premio più prestigioso della kermesse del Festival di Venezia. Ora si attende la notte degli Oscar 2023, dove è candidato sempre nella categoria documentari. ‘Cuore di tenebra’ di Joseph Conrad, è il libro svelato nel finale del film. Da questo romanzo è tratta una lettera trovata in tasca di Barbara. La sorella di Nan che si è tolta la vita, ancora adolescente, lungo i binari di una stazione. Nelle pagine del racconto, tra maree favorevoli per prendere il largo, marinai in un vaporetto dal Tamigi all’Africa nera, si legge e lascia il segno: «Aveva tirato le somme e aveva giudicato. “L’orrore!”».
Federica De Candia Seguici su Google News





