L’operazione portata avanti da Sony Pictures e Columbia di adattamento cinematografico di grandi IP della casa Nipponica di videogiochi, continua con questo nuovo Gran Turismo, che traspone al cinema la fortunata omonima serie di videogiochi nata nel 1997. L’idea di portare sul grande schermo quello che, alla base, è un simulatore di guida, è quanto mai grottesca e non priva di interrogativi. Cosa può scaturire dall’incontro tra la narrazione cinematografica e il simulatore? Gran Turismo tenta di risolvere la questione attraverso un film che pone le basi per delle domande e dei temi anche interessati, ma che non va mai veramente a fondo. Un Billy Elliot sui videogiochi ma senza la sua profondità psicologica. Un Free Guy senza la presenza costante dei videogames. Insomma, Gran Turismo ha a cuore il brand ed è pieno di citazioni, velate e non. Ma non va oltre quello, fermandosi alla superficie anche nei suoi intenti narrativi.
Gran Turismo: Un manuale di istruzioni

Jann Mardenborough è un adolescente inglese, appassionato fin da piccolo di auto e di Gran Turismo. Non vuole seguire le orme del padre (ex calciatore) perché sogna, un giorno, di diventare un pilota affermato. La Nissan, seguendo la proposta del responsabile marketing Danny Moore (Orlando Bloom), fonda la GT Academy, un concorso in cui il miglior giocatore di Gran Turismo potrà diventare pilota professionista. Sotto la guida di Jack Salter (David Harbour), Jann riuscirà a conquistarsi un posto tra le file dell’accademia, gareggiare da professionista e arrivare fino alla ventiquattrore di Le Mans. Gran Turismo risulta una produzione che, nonostante gli intenti nobili, non scalfisce la superficie. È un film che vuole parlare di sogni e di non arrendersi e lo fa attraverso il più classico dei viaggi dell’eroe. Jann affronta tutti i passaggi e le insidie per poter uscire vincitore e rinnovato alla fine delle due ore e quindici. E da questo punto di vista la pellicola risulta scarna e piuttosto ridondante. La crescita del nostro eroe e dei suoi comprimari (il mentore Jack su tutti) hanno un’evoluzione blanda e priva di verve. il contrasto tra videogioco e realtà non c’è praticamente mai, se non alla fine. E più che un film su Gran Turismo, è un film sul mondo dei motorsport. Il contrasto virtuale/reale non viene mai preso in considerazione e affrontato, se non nei ridondanti discorsi su quanto “questo è il mondo reale, non un videogioco”. Discorsi che lasciano il tempo che trovano se il nostro protagonista non ha mai modo di affrontarne le conseguenze o sfruttarne le potenzialità. Ed è un peccato, perché una commistione di questi due macrocosmi sarebbe stato un terreno di discussione perfetto per un regista del calibro di Neill Blomkamp, che già aveva affrontato gli argomenti, in parte, nei suoi precedenti lavori.
Una corsa senza emozioni
Blomkamp porta a casa la sufficienza in un film in cui si vede, palesemente, la sua poca ispirazione. Le sequenze delle gare sono sicuramente le più stimolanti e con un piglio maggiore. Ma non bastano, di certo, per salvare una pellicola a tratti troppo superficiale e quasi stucchevole. Manualistico nel suo racconto e leggermente poco superiore nella sua messa in scena. Anche se il cuore c’è, non basta a portare con sé il pubblico e farlo innamorare. L’operazione commerciale a cui aspira farà sicuramente felici gli amanti del videogioco e gli appassionati del motorsport. Ma un po’ meno chi si aspettava una pellicola con più brio e voglia di osare.
Alessandro Libianchi
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