Il power dressing è una forma di comunicazione che utilizza la moda come strumento di espressione del potere: da Chanel a oggi, esploriamo un lato dell’empowerment femminile.

Sarebbe ingenuo negare che dall’Alba dei tempi è effettivamente “l’abito che fa il monaco”. Proprio sulla base di questo si articola molta della moda femminile: dal guardaroba, il make up ma anche l’acconciatura e il portamento sono importanti elementi che definiscono come gli altri percepiscono la nostra immagine. Che sia o non sia giusto, non sta a me giudicarlo.

“Puoi inventare i vestiti più belli ma se non fanno parte della società non hanno nessun significato”

diceva Giorgio Armani. Andiamo ad esplorare nel dettaglio questo fenomeno sociale.

Definiamo il Power Dressing:

Questo stile nasce tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 e rappresenta un insieme di tecniche volte alla valorizzazione estetica su simboli di ricchezza e potere. Se lo stile si cristallizza qualche generazione dopo, sappiamo però che le sue basi socio-culturali sono più antiche. I concetti che portano allo sviluppo del power dressing sono certamente da far risalire agli anni 50 con il contributo di Coco Chanel. Iconica, immortale: la stilista francese rivoluzionerà completamente il concetto di femminilità.

Non ironicamente Chanel ha fatto la storia della moda: la sua giacca da donna che però si componeva di forme tipiche di modelli maschili, quindi squadrata e con spalle imbottite, ha emancipato le donne da corsetti e merletti. Possiamo vedere anche nelle foto di Helmut Newton questa influenza, ma procediamo con ordine.

Un po’ di storia:

 Il termine “Power Dressing” viene coniato nel 1975 tra le pagine del saggio “Dress for Success” dello scrittore americano John Y. Molloy. Nel libro l’autore sostiene che le donne debbano usare l’abbigliamento come strumento di potere, così da guadagnare spazio in una società del lavoro tipicamente maschilista.

Nasce proprio lì, per molti, il concetto di power dressing. Questo mezzo di comunicazione vuole portare alla creazione e alla trasmissione di un’immagine di potere, forte e determinata.

Se osserviamo il Novecento vediamo che la femminilità ha trovato il suo posto in molte forme. Si tratta del periodo delle donne che chiedono diritti lavorativi e sociali, periodo delle suffragette e delle intellettuali ma anche operaie in sostituzione dei padri, dei mariti e dei fratelli impegnati al fronte.

Inoltre dal 1979, Margaret Thatcher è il primo ministro del Regno Unito e gli yuppie si fanno strada nella finanza. La società sta cambiando: le donne non si riconoscono più nel vecchio stile delle gonne lunghe e dei colletti per andare al lavoro: vogliono agire al pari dei loro partner e colleghi, ora rivali in affari.

Stilisti più iconici per il power dressing:

Non possiamo ignorare Chanel, Armani, Yves Saint Laurent. Ma anche un nostrano non abbastanza citato ovvero Nino Cerruti che giocando con forme e tessuti introduce il trend delle spalline. Subito sono un boom: le spalline esprimono a pieno la forza del power dressing, e le donne iniziano sfilare in un mondo che rende sempre più sottili le differenze tra lui e lei. Ci si gioca, si gioca sull’androgini: lo vediamo nello stile alla garçonne di Chanel e nella collezione di Liberation di Yves Saint Laurent. Il mondo è anche alle porte della globalizzazione quindi a Parigi arrivano le avanguardie giapponesi.

Ecco che la risposta di Milano è Giorgio Armani: le sue sofisticate collezioni sono abilmente pensate dal taglio al tessuto- Si tratta di collezioni caratterizzate da giacche sfoderate adatte a uomini e a donne, che lo rende l’avanguardia della figura della donna manager.

Stilista dell’eccesso è invece Jean Paul Gaultier che interpreta lo stile in modo diamentralmente opposto. Vediamo quindi gli iconici reggiseni cone bra, o “a punta”. I cone bra esordirono in passerella a Parigi per la collezione autunno-inverno 1984. Ma li ricordiamo tutti perché furono indossati da Madonna nel tour in cui cantò Express Yourself. Lo stilista ha continuato a sovvertire gli stereotipi di genere nella couture e a sorprenderci ogni volta, come nel 1985, quando aveva mandato in passerella per la prima volta la gonna da uomo.

“Cosa c’è di più sexy del potere?” 

si chiedeva il fotografo Helmut Newton dopo aver ritratto la Margaret Thatcher nel famosissimo scatto esposto alla Collection National Portrait Gallery, a Londra. La celebre Iron Lady è a tutti gli effetti una storica pioniera dell’emancipazione femminile nello stile. In un’ottica borghese potremmo senza dubbio definirla una solida donna di potere, forse la donna di potere per antonomasia. La Thatcher infatti ha ben saputo declinare la moda e il senso dello stile nella costruzione di un’immagine di forza, appunto, “d’acciaio” come ritorna nel suo soprannome.

Quindi si parla sempre di tailleur e spalline imbottite, ma anche bluse accompagnate da un elegante gioello minimal come ad esempio il collier di perle. Inutile negare che è grazie alla Iron Lady che questo look è diventato la quintessenza del tradizionalismo politico, uscendo dai corridoi di Downing Streete raggiungendo un apparato simbolico anche di ideologia reazionaria. Ma tutto il power dressing è “di destra”?

Power dressing e “old money” style

Iniziamo mettendo in chiaro che l’old money è un attualissimo trend di moda che rievoca gli ideali estetici di un’alta società totalmente aspirazionale, ricca, borghese, opulenta. Vediamo quindi abiti e accessori classici invadere le bacheche di Pinterest con un’estetica slavata di vecchi album di famiglia. Figure d’ispirazione sono i Kennedy o la famiglia reale inglese. Invece in Italia il trend prende vita grazie a vecchie foto di dimore sul lago di Como, castelli un tempo abitati. Il tutto attraverso un dress code fatto di camicie bianche Ralph Lauren, maglioni Loro Piana, orologi Patek Philippe, mocassini e cinture con logo in vista. 

Parliamo allora di Jackie Kennedy, first lady americana diventata negli anni un vero e proprio simbolo di bon ton chic. Portemmo dire che si tratta di un’icona sia “old money” che “power dressing”, anche perchè non è escluso che i due stili si sovrappongano nella stessa figura di donna borghese, forte, ricca.

Anche per Jackie il ruolo di potere deve esternarsi nell’abito: vediamo scolli a barca e colori pastello. Soprattutto ecco gli occhiali da sole oversize: simbolo del divismo rimasto intatto anche oggi. E poi ovviamente osserviamo anche tailleur bouclé, come quello tragicamente noto per essere stato indossato dalla first lady il giorno dell’attentato al Presidente. Questi non sono solo simboli di uno stile passeggero, sono tutti capi che hanno inciso un solco indelebile nella storia (della moda).

Un simbolo? Una moda? Un sentimento reazionario?

Ci sarebbe da chiedersi molto su questo “ritorno” al tema dell’opulenza, che esce dai palazzi e dalle case dell’alta borghesia per arrivare a tik-tok. Potremmo chiederci perché la subcultura, da sempre laboratorio di “controtendenza” abbia invece assunto un insieme di simboli estetici che cavalcano una simbologia di reazionarismo. Che sia legato all’avvento delle destre in Europa? Che sia solo una moda passeggera? Per ora non è dato saperlo.

Sicuramente è utile osservare che la romanticizzazione di uno stile di vita basato sull’ineguaglianza sociale forse di femminista ha ben poco. Certamente possiamo quindi definire il power dressing come una tendenza di empowerment, ma forse non propriamente allineato a idee di lotta politica. Questo non significa che amare questo stile sia un male: è solo utile osservarlo per quel che è ovvero un insieme di elementi estetici per affermare la propria autorevolezza, si presenta come una condizione necessaria per emergere e differenziarsi nel mondo del lavoro.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine