Dietro l’atletica ci sono sempre tante storie che meritano di essere raccontate, ma che purtroppo troppo spesso rimangono nell’oblio. Probabilmente perché si tratta di uno sport che non muove troppi soldi e che spesso fa fatica ad emergere all’infuori delle Olimpiadi. Sta di fatto che basterebbe cominciare a conoscere i vari protagonisti e protagoniste per trarre talvolta non solo lezioni di sport, ma di vita. Di certo, tra coloro che possono essere reputate vere e proprie fonti d’ispirazione e modelli da imitare c’è Marie-Josee Ta Lou. Ivoriana, nonché una delle velociste più performanti della storia dell’Africa, eppure ha sempre mancato l’appuntamento con l’oro. Nell’era di Shelly-Ann Fraser-Pryce, Shericka Jackson e ora Sha’Carri Richardson lei è sempre rimasta lì, riuscendo a limare qualche centesimo ma senza arrivare al metallo più pregiato. Eppure, in questo caso, si può tranquillamente dire che la storia la facciano anche gli sconfitti, perché Ta Lou con la sua carriera ha sempre ispirato e guidato il movimento dell’atletica africano e non solo.

Atletica, Marie-Josee Ta Lou sarà ricordata come una vincente

Marie-Josee Ta Lou – Crediti foto: FIDAL/COLOMBO

L’ultima tappa del percorso olimpico di Marie-Josee Ta Lou sarà Parigi 2024. L’ivoriana ha già ottenuto il pass e ora vuole esserci a tutti i costi per salutare un’ultima volta da atleta la rassegna a cinque cerchi. Chissà se arriverà il tanto agognato oro, ma anche se non dovesse arrivare chiunque potrebbe affermare, senza timore d’esser smentito, che la Ta Lou è nata vincente e a suo modo ha sempre trionfato. Negli scorsi giorni ha rilasciato un’intervista interessantissima alla BBC Africa in cui ha ripercorso la sua carriera, i suoi momenti bui e quelli migliori, ma più che altro si è soffermata su un fattore in particolare: “La mia vocazione nell’atletica è più grande del vincere tante medaglie” e sì, ha proprio ragione.

Immaginate di essere l’unica atleta non americana e non giamaicana a contendere costantemente una medaglia alle altre. Già, una vera impresa anche se non sempre è terminata sul podio, ha sempre dato l’impressione di poter fare quel salto definitivo, che non è finora potuto arrivare. Eppure spesso non si tratta solo di vincere medaglie, ma di diventare una persona vincente capace di ispirare migliaia di persone: “A volte mi sento come se la mia vocazione fosse diversa e in un certo senso più grande dell’essere sempre sul podio. Riguarda il dare speranza alle persone sul continuare a provare e l’eredità che voglio lasciarmi dietro. So che ci sono persone al di là dell’atletica che si rivedono in me nelle loro lotte quotidiane. Io voglio che le persone vedano le mie battaglie e acquisiscano ispirazione per poter continuare a spingere e seguire i propri sogni. Provare e ottenere i risultati desiderati può richiedere un tributo alla nostra natura umana. Io spero di poter essere un riflesso di quello spirito del ‘non mollare mai’.

Poi prosegue: “Non riguarda solo essere un contendente fiero. Adoro vincere, ma se il mio quarto posto può aiutare le persone a superare la paura del fallimento continuo, allora è meglio rispetto ad un medaglia sul mio collo. Magari è la medaglia che Dio vuole darmi. Vincere non riguarda passare la linea del traguardo per primo, riguarda l’impatto che hai nella vita delle persone“. Infine scherza sui Giochi: “Per ora posso dire che Parigi 2024 sarà la mia ultima olimpiade, poi tra due anni magari dirò: “Oddio, sono ancora qui e voglio dare un’altra chance ai Giochi. Tutto ciò che chiedo a Dio, intanto che ci avviciniamo a Parigi, è ‘ti prego, non un altro quarto posto per favore’“.

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