Se il Pink washing cerca di venderci il femminismo e il Green washing cerca di venderci l’ambientalismo il Red washing cerca di venderci i diritti dei lavoratori.

Ma cos’è? Con il termine, un po’ più destueto dei suoi due vicini, Red washing intendiamo descrivere la pratica di uno Stato, organizzazione, partito politico o azienda che si presenta come progressista e preoccupato per l’uguaglianza sociale e la giustizia. Ma ovviamente non è tutto oro quel che luccica: l’ente cerca di utilizzare questa percezione per fini specifici nelle pubbliche relazioni o nel guadagno economico. Analizzare il Red washing significa chiaramente osservare le dinamiche di comunicazione del Capitalismo in sè, ma soprattutto è utile per descrivere il trasformismo nello specifico dei partiti populisti di destra che adottano ideali di sinistra.

Si tratta di attività pericolose politicamente. Non solo vengono ingannati tutti gli stakeholder, ma si indeboliscono gli sforzi che sono realmente indirizzati ad abbattere l’impatto di una questione sociale e a promuovere valori nuovi. Pur diverse nei contenuti, queste pratiche condividono le medesime origini. Anche per questo, possono essere individuati alcuni tratti in comune:

  • Deformazione della realtà quando si dichiara che un prodotto o una pratica sono sostenibili presentando una singola caratteristica, e omettendo una visione di insieme più completa.
  • Mancanza di dimostrazioni: dichiarazione di caratteristiche non sostenute da sufficienti informazioni, o non verificate da terze parti; vaghezza, ricorso a strategie comunicative equivoche, tese ad approfittare delle inclinazioni morali da parte dei consumatori, che però, spesso, non hanno tutti gli strumenti necessari per esercitare valutazioni critiche;
  • False etichette: uso di parole o immagini apposte sul packaging e rassomiglianti a label di parti terze, quando in realtà il prodotto non gode di certificazioni;
  • Irrilevanza: enfatizzazione di iniziative in realtà ininfluenti

Dobbiamo iniziare a denunciare il “redwashing” aziendale a più livelli, equiparandolo a tutte le altre narrazioni attraverso le quali il capitalismo “ripulisce” varie istanze sociali, rendendole più docili e svuotandole di significato.

Le basi: il social washing

Ma cosa lega quindi, in definitiva, pink washing green washing e red washing? Il principio del social washing. Tramite il esso si cerca di compiacere il pubblico e gli investitori, dando un’immagine ingannevole della propria società. Questo avviene in continuazione ma in questo caso specifico caso la strategia comunicativa verte su temi legati al sociale e diritti umani, quindi ai diritti dei lavoratori.

Si può dire che il social washing in generale una pratica volta a migliorare la reputazione di un’azienda o un’ente. Il tutto tramite iniziative di responsabilità sociale superficiale, non davvero efficaci. Si tratta di misure approssimative o nel peggiore dei casi false, composte da prassi svuotate di senso che abbiano il proprio obiettivo di un mero ritorno economico. In breve, si tratta di una vera è propria strategia di legittimazione del potere.

In un Capitalismo di performance, di apparenze e parvenze, il social washing è un strategia di comunicazione ingannevole quanto afficace, che probabilmente ha avuto le sue degne conseguenze su tutti noi, compreso tu che stai leggendo.

… e il Red Washing?

Redwashing – photo credits: Giorgia Bonamoneta

Diventa interessante citare le parole di Berenice Bento, professoressa di sociologia presso l’Università federale di Rio Grande do Norte, scrive che

“il discorso Red washing […] è una parte strutturante della sofisticate tentacolare necropolitica dello Stato”

Berenice Bento

Il termine redwashing è, talvolta, usato anche per disegnare la pratica di screditare una certa organizzazione o partito politico. Perché? Perché, banalmente, difende l’uguaglianza sociale. In casi come questo si tenta di delegittimare l’argomento presentandolo come estremista o obsoleto. L’idea di fondo è quella di dare l’impressione che si tratti di un’idea pericolosa e che porta con sè disagio sociale, in opposizione ad un’altra idea che si dimostra essere più ragionevole.

Red washing ed esempi pratici;

Un tipico esempio di redwashing su scala internazionale è la campagna di pubbliche relazioni, “Alcan Indigenous Peoples Policy“. Alcan, che si è fusa con l’azienda “Rio Tinto” nel 2007, è una delle compagnie minerarie più distruttive per l’ambiente sulla Terra. Circa cinquant’anni fa costruì la più grande fonderia di alluminio del mondo. Essa è in un estuario costiero fino ad allora incontaminato, sulla foce del fiume Kitimat nel nord-ovest della British Columbia. Il risultato è stato il degrado di vaste aree delle terre e delle acque della nazione Haisla. Il tutto condito con slogan a favore dei Nativi e della Natura.

O ancora la Royal Bank of Canada, che è uno dei maggiori finanziatori del settore dei combustibili fossili del Canada, si è mostrata molto interessata alle sabbie bituminose dell’Alberta, instaurando vari siti. Esse sono ora le stesse sabbie bituminose in cui le comunità indigene della zona – molte delle quali sperimentano tassi di cancro astronomici rispetto al resto della popolazione canadese – hanno protestato per anni.

Quando si tratta di redwashing aziendale, il problema non è solo con le aziende che sponsorizzano le nostre istituzioni culturali, contaminandole ideologicamente. Con il redwahsing le aziende contaminano contemporaneamente le terre e acque, la natura, l’aria. Il problema che tutti i leader finora che hanno permesso che ciò accadesse finora. Siamo tutti soggetti a dinamiche di social washing. Prima ce ne accorgiamo, prima saremo liberi da una delle più subdole ed efficaci strategie di comunicazione del sistema capitalista. Dobbiamo pretendere che il miglioramento sociale sia composto di prassi e che sia molto più che una mera performance.