Marzo, mese incerto e imprevedibile, anello di congiunzione tra due stagioni. Di certo, un periodo affascinante e denso di sfaccettature. La pensava così anche Emily Dickinson, complessa poetessa statunitense, che gli ha dedicato uno dei suoi componimenti più noti. Nata ad Amherst nel 1830, l’autrice proveniva da una famiglia borghese di tradizioni puritane. Nonostante l’educazione religiosa e la rigidità conservatrice dei genitori, ella decise di non professarsi apertamente cristiana, segnando l’inizio di un rapporto particolare e del tutto personale con la sfera spirituale.

Emily trascorse gran parte della sua vita tra le mura del focolare domestico, fatta eccezione per rari e brevi viaggi, perlopiù visite ai parenti nel Connecticut, a Boston e a Cambridge. Ad animarle le giornate, tuttavia, c’era l’amore per la poesia, scoperta in tenera età e mai più abbandonata. Al centro dei suoi scritti, l’Amore, la Morte e la Natura, temi cardine e interconnessi per l’artista.

Emily Dickinson e l’ode a Marzo, il mese della rinascita

La casa-museo di Emily Dickinson, autrice di March is the Month of Expectation, lirica dedicata a Marzo

Appare quasi ovvio, dunque, che Emily Dickinson abbia celebrato, in una delle sue opere più evocative, proprio marzo, ammaliante e carico di promesse. Nella lirica March is the Month of Expectation, contenuta nella raccolta The Complete Poems, la rimatrice festeggia l’imminente arrivo della primavera, sinonimo di rinascita e calore, di cui il mese si fa nunzio. Di seguito, riportiamo il testo tradotto:

Marzo è il Mese dell’Attesa.
Le cose che non sappiamo –
Le Persone pronosticate
Stanno arrivando ora –
Cerchiamo di esibire un’appropriata serietà –
Ma una pomposa Gioia
Ci tradisce, come il primo Fidanzamento
Tradisce un Ragazzo.

Dopo il lungo torpore invernale, l’incombente ritorno della bella stagione e dei suoi colori risveglia i sensi e infiamma le emozioni. Le ore di sole aumentano, le temperature si alzano, flora e fauna sbocciano ed escono dal letargo: il motore della Terra si riattiva, per dare inizio a un nuovo ciclo. Anche gli esseri umani, percependo questo cambiamento, sono in tumulto. Aspettare quello che sarà provoca un formicolio, un sentore di gioia impossibile da tenere a bada. I sensi sono in allerta, e a nulla valgono i tentativi di frenare l’entusiasmo. L’attesa è, per certi versi, ancora più piacevole del reale evento. Quelle domande ancora senza risposta, quell’incertezza che alimenta l’eccitazione, la speranza di ciò che verrà; tutto questo è racchiuso nelle rime delicate della prediletta di Erato.

La primavera, non solo una stagione: l’amore segreto di Emily Dickinson

Anche in un’altra composizione scaturita dalla penna della scrittrice, Dear March, il mese viene considerato come un gradito ospite, da accogliere in casa senza esitazione. In molti, però, nei secoli successivi, hanno letto altro tra le righe. Marzo, infatti, sarebbe la personificazione del reverendo Charles Wadsworth, con il quale Emily intrattenne un’intensa corrispondenza epistolare. L’idillio tra i due fu solo platonico (Wadsworth era sposato e aveva dei figli), ma l’uomo fu fonte d’ispirazione per l’attività letteraria della giovinetta. Il sottotesto amoroso, dunque, non è da escludere, sia nei riferimenti al ragazzo fidanzato, sia nelle “persone in arrivo”.

Ad essere in boccio, quindi, sono anche i sentimenti. Come la natura dà vita a nuovi, variopinti fiori, così il cuore trabocca di sentimenti appena nati. L’aria carica di aspettative, la vulnerabile fragilità di un ardore non ancora esplosl, la purezza dei primi, timidi affetti. La primavera è portatrice di possibilità e buone nuove, e un animo fanciullesco vibra di trepidazione. Emily Dickinson, tornata ultimamente alla ribalta grazie a una sua presunta discendente d’eccezione, la cantautrice Taylor Swift, era una formidabile maestra nel descrivere il mondo, pur chiusa nella sua stanza, e nel cogliere i dettagli che la circondavano, per poi trasmutarli in versi, e il suo inno a Marzo ne è la prova. «La stagione dell’amore», cantava Franco Battiato, «tornerà». E noi siamo qui, a crogiolarci nel dolceamaro tormento della sospensione.

Federica Checchia

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